A distanza di due anni mi trovo in disaccordo con me stesso su molti punti. Questo significa che il lavoro procede. Ad esempio non sono d'accordo sul punto "noi vogliamo responsabilizzare gli individui". Non è vero, noi semplicemente vogliamo creare uno spazio dove si possa dare la priorità ai bisogni dei cittadini e non alle istituzioni. Non non siamo nessuno per responsabilizzare gli altri. Siamo noi che responsabilizziamo noi stessi dandoci spazio reciprocamente.

Magari fra qualche anno dissentirò anche su questo punto.

 

Vedremo.

 

Luca Atzori

La libertà di essere pazzi

Intervista a Luca Atzori - Mad Pride Torino
di:
Federico Minetti

Il Mad Pride Torino è un'organizzazione informale - apartitica e non confessionale - composta da persone che rivendicano la libertà di vivere il proprio disagio psichico senza essere per questo emarginati, sedati o rinchiusi. Mad Pride sogna pazzi orgogliosi di essere tali, e persone normali che comprendano che siamo tutti "un pò pazzi", e che chiedere aiuto per vivere meglio la propria diversità non significa necessariamente "etichettarsi" per tutta la vita. Abbiamo intervistato Luca Atzori, tra i fondatori dell'organizzazione, che ci ha raccontato dei progetti passati, presenti, e futuri.

Ciao Luca. Ci racconteresti che cos’è il Mad Pride, e com è nata l’idea che ne sta alla base?
Il Mad Pride è nato da una chiacchierata fatta con Simone Sandretti nel 2010. Era appena uscito da un periodo di ricovero, a causa di un episodio maniacale, e stava immaginando di realizzare un film intitolato, appunto, Mad Pride. Io pensai che l'idea fosse molto interessante, ma che non dovesse limitarsi alla realtà cinematografica. Così ho proposto di farlo davvero. Ho scritto un "manifesto", ho aperto una pagina facebook e da lì per un anno se n'è solo parlato. Fino a che abbiamo iniziato a coinvolgere altre persone, quali Luca Poma (giornalista della Stampa) Tony la Greca (educatore presso la comunità Althea) Epaminondas (dell'associazione Mentelocale) Lorenzo Peyrani (musicista) e abbiamo iniziato a riunirci, fino a realizzare che cosa volessimo fare.

Il Mad Pride è un’organizzazione informale, è un calendario di eventi, è un festival. Che cos’è il Mad Pride per te, e per chi lavora insieme a te alla sua realizzazione?
Il Mad Pride è per noi un modo di creare interazione fra la sfera dei "matti" e quella dei "normali". Le rassegne hanno questa finalità, sono strutturate sempre in maniera da far si che gli artisti cosiddetti sani e quelli psichiatrici si incontrino. Vale per la rassegna di teatro dove nelle strutture psichiatriche si svolgono spettacoli di compagnie torinesi e nei locali e teatri di Torino invece, quelli di compagnie composte da pazienti. La rassegna d'arte dove vengono selezionate ed esposte opere di artisti più o meno "matti". La rassegna musicale (ancora in fieri). Per quanto riguarda il progetto "Matti a cottimo" credo che lì ci stia il perno di tutta la faccenda. Considerando che molto spesso il "matto" è incostante o viene licenziato dal posto di lavoro, noi stiamo pensando a creare un'agenzia di collocamento a cottimo, così da trasformare questa incostanza in una risorsa, visto che cambiare tanti lavori genera inevitabilmente una pluralità di competenze. Ma il tutto non ha finalità assistenzialistiche, sia chiaro. Noi crediamo che la cosa fondamentale sia responsabilizzare gli individui.

Sono molti i festival stranieri o di altre regioni italiane con finalità simili? Sono fonte di ispirazione, o voi siete fonte di ispirazione per loro?
Non sono molto al corrente dei festival stranieri o di altre regioni. Non abbiamo legami con nessuno di loro. So che Mad pride è già stato fatto in Canada nel 1998 e in altre parti del mondo. Noi ne abbiamo proposto una versione nostra. E' nata dalle nostre riflessioni e i nostri incontri, nonché l'impegno mentale che ci abbiamo messo dietro.

Che cosa significa collaborare con persone che vivono dei disagi psichici, sia a livello professionale organizzativo, che, soprattutto, a livello umano?
Sinceramente non me ne rendo nemmeno conto. Noi collaboriamo con l'associazione Mentelocale dell'asl 1, un gruppo di pazienti che si radunano e leggono poesie e riflettono sul delirio. Molto spesso vedo in queste persone più umanità di quanta ce ne sia in giro. Sono costretti a essere umani. Hanno ricevuto il dono/condanna di essere sensibili più delle altre persone. Ma stare insieme a loro e collaborarci mi sembra una cosa del tutto normale e naturale.

Il 23 marzo si terrà lo spettacolo “Storie nella storia della storia”, di Marina di Paola e Dario Tagliamacco, presso l’Ex teatro antico di via San Marino 10. Che cos’è?
E' una versione teatrale della Metamorfosi di Kafka. Appartiene alla parte calendarizzata della rassegna, quella dove gli artisti "normali" fanno gli spettacoli nella struttura dell' Ex poveri vecchi dove anche i pazienti del centro diurno fanno da spettatori.

E i futuri appuntamenti invece quali saranno? E, soprattutto, quando e come si svolgerà il vero e proprio Pride?
I futuri appuntamenti... lungo da elencare! Il calendario completo è sul sito del Mad Pride!
Il pride invece si terrà il 17 giugno!

Per concludere, vuoi raccontarci un aneddoto o una citazione che rappresenti in una frase il significato del Mad Pride?
Qualche giorno fa siamo stati ospitati a una lezione di psicopatologia della facoltà di psicologia. Simone Sandretti ha detto una frase che secondo me è stata abbastanza significativa: "Mad Pride non è un'associazione umanitaria, noi lo facciamo soprattutto per divertirci".

MAD PRIDE TORINO

 

di Gian Paolo Galasi

 

(Anch’io) preferisco il rumore del mare …

 

Da un po’ di tempo pare si potrebbe iniziare a respirare aria nuova. Piccoli segnali, ma soprattutto in un paese come l’Italia, forse varrebbe la pena di soffermarcisi un po’, di riflettere. La salute mentale, ad esempio. Scriveva Baudrillard più di dieci anni fa che tutto ciò che sta dalla parte del ‘negativo’, del ‘segno meno’, la morte, la malattia, l’indecidibile, la casualità, stan sempre più al di fuori dello scambio simbolico sociale. Non voglio indulgere, ormai anche dire che la nostra è la società dell’emergenza, dove però ogni fenomeno invece di essere platonicamente accolto viene mediato dallo schermo o dai giornali, e appiattito, è un discorso che a sua volta rischia di sembrare stantio.

E’ forse più interessante riflettere sull’emergenza delle nuove dipendenze, ad esempio. Tutti pensano ad esempio che a soffrire di shopping compulsivo, di internet addiction o quant’altro siano persone di classe medio alta. Sbagliato, stando alle statistiche (c’era di mezzo un possibile nuovo business, almeno da questo punto di vista pare si siano attivate le analisi quantitative e qualitative … ). Chi appartiene a certi ceti utilizza tutto, anche il denaro – e anche la malattia: quanto faceva figo fino a vent’anni fa andare dall’analista? – in una omeostasi oggettivante di status, per chi ci vuol stare. Però c’è una garanzia, che tampona, ed è disponibile. Non è così ‘al dettaglio’, dove invece la compulsività è il contraltare di una mancanza grossa, nel mondo in cui viviamo: la creatività, ovvero la capacità un po’ alchemica di afferrare anche le condizioni un po’ svantaggiose e volgerle al meglio, utilizzando tempo, cuore e cervello come gli artigiani, come si faceva una volta.

Dieci anni fa avevo iniziato la mia carriera di impaginatore grafico, responsabile editoriale, articolista, intervistatore, offrendo la mia mano d’opera presso una associazione di self-help. Una specie di stage, etico. I servizi di salute mentale erano un abominio. ‘Da denuncia penale’ è un eufemismo: abusi e violenze quasi quotidiane, somministrate sia per motivi economici e ‘politici’, sia per il classico meccanismo di gestione della frustrazione, in quella zona grigia dove responsabilità e soggettività sono nozioni opache anche nel cosiddetto mondo ‘normale’ – come mi insegnerà molto tempo dopo il buddismo, le definizioni e le parole non corrispondono a nessuna realtà, e non tanto nei confronti di un presunto ‘spirito’, quanto proprio alla lettera – figurarsi nel mondo delle psicosi, delle schizofrenie e del recupero delle tossicodipendenze.

Provato a usare il bollettino per effettuare delle denunce – risultato: ristampa obbligatoria, spesso le associazioni no-profit prendono soldi dalle istituzioni pubbliche e private, quindi non possono essere responsabili dei contenuti, si contentano di far da interfaccia tra l’istituzione e il pubblico, inteso come audience, che ha dimostrato a più riprese di non voler sapere; ho provato ancora un po’ cercando di spingere gli utenti a occupare gli spazi, scrivendo di quel che volessero, e a allargare il raggio d’azione del bollettino, al di là della casa famiglia e della testimonianza. Ma per chi si sa spossessato è difficile riappropriarsi, soprattutto in situazioni scoraggianti. Mi era rimasta, per caparbia, la voglia di confezionare un prodotto che avesse quelle qualità ironiche che hanno contraddistinto le ultime performances di Marina Abramovic.

Foto di Chris Burden crocifisso in Volkswagen, performances di pittura vaginale e altro, a completamento degli articoli e come commenti indiretti … il problema è che piacevano, che è quel che contesterei alla Abramovic oggi. La ribellione serve il potere, si diceva una volta. Mi sono goduto il ‘riflusso’, dunque, mentre gettavo un occhio al di fuori, all’estero. Dagli anni settanta, ad esempio, esiste un network che si chiama Intervoice. Soffri di allucinazioni? In quattro o cinque anni di psicoterapia, di dialogo con le voci, sei guarito. Non ‘compensato’, ‘relativamente’, eccetera. E se hai subito violenze – come spesso accade in quei casi – riesci persino a trovare la forza per una denuncia. E questa volta, puoi far sentire la tua voce, perché sei sano. L’ho cercato, il network, su a Londra qualche mese fa. Volevo parlarci, dopo essermi letto dei loro testi, assieme ai seminari lacaniani, a Jung, nel mentre cercavo di diventare freelancer nella lingua d’albione.

Gli avevo scritto prima di partire, una specie di ‘vengo a trovarvi’. Mi rispondono quando ancora sono in ostello, prima di trovarmi il primo appartamento a Lewisham, che il loro responsabile è fuori porta, ci si aggiorna. Li cerco tra i social networks, ma mentre spulcio la rete vedo che ci sono vari networks nei boroughs londinesi, e che sono inseriti nei servizi sociali. Inizio a chiedermi come si coniughino le loro iniziative coi risk assessments, quelli di cui parlava e scriveva Ron Coleman, che vive in Scozia, al confine col mare, ma è uno dei principali esponenti del network, e di cui avevo letto varie testimonianze. Noto anche una pagina facebook dove accolgono ‘voci’, coi loro avatars, e discussioni che vertono sulle ‘moderne’ definizioni di schizofrenia come malattia genetica, la nouvelle vague delle case farmaceutiche mondiali. Ovviamente si gioca al muro contro muro, ma inizio a rendermi conto che le discussioni vertono sul tema ‘che cosa è la normalità’, e inizio a avere sospetti, soprattutto per aver approfondito gli asylums di Laing e Cooper, proprio in quel Paese, e il loro fallimento.

Ovviamente non ne posso dire, non avendo avuto tempo di verificare con mano, ma l’idea di Marius Romme e Sandra Escher, ovvero che la diagnosi di schizofrenia è inutile se non permette di guarire – articolata con modi e tempi da sociologia olandese, ovvero con analisi serie sul fenomeno – e che quindi occorre ripensare l’approccio, prima di dare per spacciato un essere umano, mi sembra avere un respiro e un accento più ampio. Mentre sono là, dialogo con amici e artisti, per motivi di lavoro e per piacere personale, e uno mi parla del Mad Pride di Torino.

Scopro poi, mentre svolgo una piccola consulenza commissionatami per un settore contiguo, esplorando la rete, che trattasi di una iniziativa culturale – come mi scrive uno dei suoi fondatori, Luca Atzori – che, anche se inserita nel Coordinamento Nazionale di Salute Mentale, non si occupa di Self Help. Sono dunque fuori da logiche politiche. La prima cosa che colpisce la mia attenzione è il fatto che Matti a Cottimo, è un progetto che potrebbe benissimo inserirsi nel moderno mercato del lavoro – una volta, altri tempi, si sarebbe detto che avrebbe potuto costituire un modello alternativo, mi si perdoni l’effetto retorico ma mi sto documentando su associazioni artistiche presenti sul territorio americano dagli anni cinquanta agli anni settanta, mentre scrivo queste righe – dato che gestisce con un’ottica ‘non padronale’ la ricerca di esperienze lavorative, e che, molto intelligentemente, è aperta non solo a chi pur avendo difficoltà non raggiunge il fatidico 74%, ma anche a chi sta al di fuori del ‘circuito’, da quel che ho capito. Si parla spesso di integrazione, a vari livelli, ma la si applica poco, non solo in Italia.

Sogniamo una “Dichiarazione dei diritti del pazzo”, troppo spesso violati: il pazzo non è irresponsabile per natura, egli lo è perché non gli viene offerta nemmeno la possibilità di una qualsivoglia responsabilità. A decidere “chi sia” il malato mentale è sempre una figura di potere: persone che decidono le sorti di altre persone.

La malattia è il primo passo verso un’oggettivazione. Tutto questo per rendere la situazione più comprensibile, o meglio controllabile..

Parlo della vita da malato, svolta fra i centri diurni, i c.s.m, le case appartamento, conchiusa in una logica coercitiva che stampa sulla fronte della Persona uno stigma di invalidità, molto spesso comodo sia al paziente che al mondo del lavoro. Ed ecco che una persona dotata di particolare sensibilità, acquisisce magicamente gli stessi privilegi di cui gode il disabile motorio o via dicendo.

Una subdola e insidiosa forma di biopolitica va a delineare le potenzialità corporee di queste persone. Nelle case appartamento, repartini o altri di questi luoghi non si può fare l’amore (gli educatori concedono ai pazienti di andare con le puttane, questo è il confine del sentimento) tutte le attività che vengono svolte dai pazienti sono spesso private del loro valore ed essi stessi privati del loro merito che viene scippato dall’istituzione, così che ogni attività ricreativa (artistica o quant’altro) si mostra come terapeutica, riabilitativa.

Così sulla pelle del soggetto iniziano a scriversi libri su libri che portano i volti del trauma. Tutto per non creare troppo disagio nelle signorine e signorotti del centro città, dalle tanto urbane abitudini.

Perché non è bene che i matti ricevano troppi stimoli, perché è bene che arrivi l’ora del risperdal, perché non è possibile per essi fare scelte sensate che gli permettano di vivere nel nostro beneamato paese democratico, non è bene che votino, che lavorino, che vivano in una casa normale.

(testi in corsivo di Luca Atzori, estratte dal sito di Mad Pride Torino)

 

Oltre al progetto di inserimento lavorativo, Mad Pride organizza laboratori artistici. MPT Teatro è una rassegna teatrale finalizzata allo scambio fra due realtà, quella dei ‘normali’ e quella dei ‘folli’, in virtù della quale una compagnia di teatranti ‘folli’ si esibirà in teatri sul territorio, mentre compagnie di teatranti ‘normali’ verranno invitate a esibirsi negli spazi psichiatrizzati. TMP Arte ha invece già organizzato tre mostre in due gallerie torinesi e al Caffé Basaglia. TMP Musica organizza concerti, invitando sul palco artisti provenienti indifferentemente dalle ‘due sponde’. Il Mad Scout Camp è un progetto laboratoriale del Museo dell’Arte Contemporanea Italiana in Esilio, il cui scopo è reperire sul territorio nazionale artisti che hanno scelto di operare al di fuori del mercato dell’arte contemporanea, e quindi definibili come ‘outsiders’. Gli incontri del campeggio hanno come scopo intersecare esperienze diverse interessate alle tematiche del Mad Pride: Permeabilità del Confine normalità/follia, lavoro sulle Risorse Sensibili, Attivazione e Integrazione Partecipata.

Harry Partch e i suoi cloud chamber bowls

Occupay è una mostra itinerante a cura di Giuliano Nannipieri che coinvolgerà i partecipanti al campeggio. Si basa sul concetto di rallentamento e liquefazione come strumenti per depotenziare l’influenza del tempo produttivo e dello scambio in denaro nelle relazioni umane dove l’arte non è più fine ma mezzo di riappropriazione personale. Il progetto porterà gli artisti e le loro opere a percorrere individualmente le strade della città creando delle mostre itineranti nei luoghi del tempo e del denaro. Queste iniziative, assieme all’aperiodico La Sveglia, delineano un progetto che in controtendenza rispetto a quanto avviene nel mercato della salute mentale: invece di porsi il problema dell’identità – il ciclo diagnosi, cura, stigma, eventuale ricompensa nel simbolico – il laboratorio Mad Pride si occupa di mettere in contatto esperienze, spazi, creatività. Il lavoro sul confine, come spiegava Foucault ne Le Parole e le Cose.

La struttura Maschile/Femminile si confonde con il privilegio attribuito alla funzione genitale (riproduttiva o erotica). Questo privilegio della genitalità su tutte le virtualità erogene del corpo si ripercuote nella struttura di un ordine sociale di dominanza maschile. Perché è la strutturalità che si serve della differenza biologica; ma non è affatto per valenza generale – il Fallo che diventa il significante assoluto, al quale si vengono a misurare e a ordinare, nel quale si vengono ad astrarre e a equivalere tutte le possibilità erogene. Questo Phallus Exchange Standard governa tutta la sessualità attuale, ivi compresa la sua ‘rivoluzione’.

(Jean Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte)

La dove si sente puzza di merda si sente l’essere L’uomo avrebbe potuto benissimo non cagare, non aprire il sacco anale, ma ha scelto di farlo come avrebbe scelto di vivere invece che accettare di vivere morto.

Ma per non fare “cacca” avrebbe dovuto rassegnarsi a non essere, ma non ha potuto decidersi a perdere l’essere ossia a morire vive…

(Antonin Artaud, Per farla finita col giudizio di dio)

Un confine permeabile E-mail
di Maria Rossa   

 

Torino Mad Pride è la neonata iniziativa di un gruppo di cittadini del capoluogo piemontese per favorire l’avvicinamento tra il mondo delle persone “normali” e quello degli utenti psichiatrici, nel tentativo di estirpare i pregiudizi esistenti circa la pazzia e coloro che ne sono affetti. Il confine tra ciò che è “sano” e ciò che è “matto”, pur essendo in realtà molto labile, frequentemente si complica e si irrigidisce, diventando un muro invalicabile, proprio a causa della percezione culturale della pazzia. In effetti nonostante la dose, più o meno grande, di malessere con cui  ciascuno di noi convive, “il pazzo è sempre l’Altro” e talora il chiedere aiuto si confonde con la paura di denunciare socialmente una diversità spesso ancora considerata vergognosa e perciò vissuta negativamente. Torino Mad Pride “si batte per la difesa dei diritti del matto”, perché questi sia consapevole di esserne portatore in quanto tale, e perché l’approccio al disagio psichico non sia così solo farmacologico ma anche – e soprattutto – umano. Le iniziative del gruppo sono varie: oltre a un giornale itinerante tra le Asl torinesi – La Sveglia, “se lo leggi lo scrivi” – dedicato alla condivisione di riflessioni, idee e progetti tra gli utenti, e a un piano di inserimento professionale degli stessi, “matti a cottimo”, il gruppo Torino Mad Pride sta organizzando rassegne teatrali, musicali e di arte figurativa per l’incontro artistico delle diverse realtà mentali. Proprio per offrire a chi è portatore di sofferenza psichica la possibilità di essere coinvolti in serate che non si svolgano solo nelle strutture create per loro, Torino Mad Pride Teatro contamina gli ambienti sociali: le compagnie che abbiano tra i loro membri persone colpite dal disagio psichico, o che rientrino nella categoria del “teatro civile”, si esibiscono in locali o in teatri del circuito consueto; quelle composte da attori “normali” – i cui spettacoli tocchino, secondo svariate prospettive, il tema della follia – allestiscono le loro performance in associazioni o Asl. Il simbolo che accompagna ogni manifestazione è una girandola colorata, i cui molteplici significati sono liberamente interpretabili in base al sentire di ognuno. L’ingresso agli spettacoli è a offerta libera e il ricavato è equamente diviso tra le compagnie in questione e il gruppo Torino Mad Pride che, oltre alla copertura delle spese, lo impiega per creare un fondo di autosostentamento, così da permettergli di proseguire con massima autonomia e libertà di movimento la sua attività produttiva. Ben cosciente delle difficoltà di un’effettiva rivoluzione della percezione dell’utente psichiatrico nella società, quel che concretamente Torino Mad Pride mira a creare è una rete di scambio tra esseri umani, nella quale anche il “matto” possa esprimere e veder accolta la propria individualità senza vergogna.

Torino Mad Pride, scene da "matti"

La locandina della rassegna teatrale

"Torino Mad Pride"

 

Con i personaggi di De André e la storia di Sabina Spielrein inizia stasera una rassegna teatrale, con attori e utenti psichiatrici, contro i pregiudizi sul disagio psichico

Si debutta questa sera alle 21 con "Una storia da non raccontare" al Caffè della Caduta e si prosegue domani alla stessa ora con “Anima mia che metti le ali” all’ex Teatro Antico dei Poveri Vecchi, in via San Marino 10.
Sono le prime rappresentazioni della rassegna teatrale "Torino Mad Pride Teatro" organizzata da Luca Atzori e Mariaelena Piovesan, che fino a giugno porterà utenti psichiatrici ed attori esibirsi in teatri e strutture di cura per raccontare storie sul tema della personalità e la realtà di chi vive un disagio psichico. Tutte gli eventi, ad ingresso gratuito con offerta libera, saranno accompagnati da una girandola affissa nei luoghi di rappresentazione, simbolo dello spirito del Pride.

TEATRO, DICHIARAZIONE DI FOLLIA
Lo spettacolo di questa sera, proposto dalla compagnia "L’interezza non è il mio forte", porta sul palco le parole di Fabrizio De André, per dare corpo ad alcuni personaggi nati dall’immaginario delle sue canzoni: i "dannati della terra", individui confinati ai margini della società perché ritenuti scomodi e diversi, la scelta di guardare il mondo attraverso gli occhi di coloro che si comportano diversamente dalla maggioranza, a cui il potere in ogni epoca ha cercato di togliere dignità e voce con la violenza e l’ipocrisia.
Il monologo di Silvia Lorenzo che andrà in scena domani invece potrebbe essere definito una storia di sofferenza, consapevolezza e rinascita. E’ il racconto della personalità affascinante di Sabina Spielrein, prima paziente di Jung e poi sua amante (come visto recentemente nel film "A dangerous method") che, laureatasi in medicina, divenne psicanalista e contribuì in modo sostanziale alle teorie sulla psiche.

AIUTO RECIPROCO
La rassegna teatrale - che a giugno culminerà con un vero e proprio "Mad Pride" - parte da lontano, dal progetto "Mad Pride", una rete nata sul territorio torinese che mira a far conoscere le problematiche degli utenti psichiatrici, cancellando giorno per giorno la sottile linea di diffidenza che si ha verso questo mondo.
Come Sabina Spielrein, ogni cosiddetto “malato” ha il diritto di riappropriarsi della sua vita con un aiuto concreto da parte della società, per riuscire a trovare “l’uscita della sua cella”. Questo bisogno spesso non è soddisfatto dalle strutture convenzionali e un vero reintegro degli utenti nella società è spesso difficile e tortuoso.
La rete prende spunto dall’esperienza di una realtà toscana, dove ex utenti aiutano il percorso di rinascita di chi ha un disturbo: l’aiuto concreto ed umano abbatte le ricadute e l’uso dei farmaci, rendendo più facile un ritorno alla vita “normale”, anche se una definizione di normalità è difficile, a partire dalla vita di tutti i giorni.

MARTE COSTA

e i suoi sillabari



di Luca Atzori

 



Nel panorama teatrale torinese pare che sia difficile individuare realtà artistiche dotate di vera specificità e unicità stilistica. Molto spesso ci si lascia trascinare dalle correnti, precipitando fatalmente in idee troppo pigre perché possano concretizzarsi a tutti gli effetti.
La realtà teatrale torinese si può, in fondo, dire, che sia effettivamente desertica.
Colpe? Non credo ce ne siano. E poi è sempre brutto usare questa parola. È una condizione, piuttosto. Certo può essere migliorata, ma forse non bisogna appellarsi alla politica o alle istituzioni, ma bensì agli artisti, i soli che possano costruire la propria realtà. In primis coloro fra di essi che abbiano intenzione di migliorare la propria condizione, sia a livello professionale che umano, poi quelli che già lo stanno facendo, nella speranza che possano dirci qualcosa che serva a guidarci.
Per questo ho intervistato Marte Costa: teatrante torinese che scrive, dirige e recita i suoi spettacoli e che da diversi anni sta calcando le scene con spettacoli spesso divertenti e al contempo poetici, dotati di una comicità che mi azzarderei a definire “antica” e un uso delle parole centrale, oltre che fortemente elegante.

L'ho incontrato in un locale torinese e abbiam chiacchierato un po'.




Marte Costa



Ciao Marte Costa. Tanto per cominciare vorrei chiederti qualcosa riguardo il tuo nome? Da cosa deriva?
Marte Costa è semplicemente un anagramma. Il mio vero nome è Marco Testa. Ho invertito le due sillabe Co e Te, ed è venuto fuori questo nome. Forse c'è un riferimento alla mia natura un po' marziale e insieme marziana. Sono sia un guerriero che un alieno. Forse sì.

Puoi parlarci della tua ultima opera?
Il sillabario è l'ultima opera su cui sto lavorando. Il testo è di nove pagine. In questa opera così come nelle mie altre, sono sempre presenti la musica, la coreografia e la parte scenica. Io utilizzo sempre, inoltre, oggetti di recupero facendone oggetti scenici. Ad esempio la Frigolaria è un elemento scenico dove io tengo una padella e in cui le ragazze con le quali lavoro usano paraschizzi.
Amo creare gli spettacoli avendo alla base pochissimi elementi.


È una scelta quella di utilizzare elementi di recupero?
Sì, è una scelta. Lo spettacolo teatrale non credo che debba essere fatto di luci, ma dell'attore e della sua tensione scenica. A teatro mi piace vedere l'umano, il suo immaginarsi altro e altrove.
Nel mio Don Chisciotte ho cambiato il nome di Ronzinante in Ronzipedalante, perché alzavo la ruota facendo in modo che il personaggio non andasse da nessuna parte, in maniera che venisse fuori il messaggio allegorico.
In Farenheit io bruciavo i libri con estintori vuoti. Gli estintori avevano la funzione di oblnubilare le coscienze. Come libri utilizzavo le pagine utili.
Per me gli oggetti, almeno nei miei spettacoli, devono sempre avere una valenza metaforica. I miei spettacoli non sono mai di narrazione, il mio è un teatro di poesia, di fantasia. Io parto sempre dalla denuncia per arrivare a costruire proposte.

Parlaci dei tuoi testi. Io so che sono molto importanti per te.
Io arrivo dal canto, quindi nel testo ricerco la sonorità, la musica. Nella scrittura di ogni singolo fonema cerco sempre la massima coincidenza fra contenuto e forma. Io prediligo il suono, se trovo una parola che non mi soddisfa musicalmente non la scelgo nemmeno.
I miei spettacoli vanno sentiti, ascoltati.
L'unica cosa che cerco di raggiungere nei miei testi, è di arrivare alla sintesi attraverso un'idea poetica, infatti non faccio dire troppe cose ai personaggi, di solito.
Come musicista la cosa più fondamentale per me è andare a tempo. Prima di ogni cosa c'è il ritmo.
Il compito di un autore credo che sia quello di creare di uno stile. È importante essere riconoscibile. Io sono contento di avere un marchio di fabbrica che mi contraddistingue e che mi è stato riconosciuto.

È vero che provieni dalla musica?
Io cantavo e canto ancora jazz. Mi è sempre interessato però accorpare a questo la teatralità. Parallelamente ho fatto sia teatro che musica. Ora faccio tutto insieme. La mia è sempre stata un'idea di fusione delle arti, e non a caso sono laureato in cinema.

Qual è la tua esigenza artistica
Il compito di chi produce del senso, quindi il letterato, l'artista etc. è di fare delle proposte di vita. Uno può denunciare, però poi mi deve dire che cosa deve fare per essere degno di vivere, per essere felice. L'artista deve dire allo spettatore che cosa deve fare.
Nel Don Chisciotte abbiamo realizzato tutto con pezzi di auto scassate. C'è una proposta: “demoliamo le automobili e il mondo sarà più bello”. La bellezza e l'automobile non vanno insieme. Per me questo è un esempio, e ne potrei fare molti altri. Senza forse, netto. Io la penso così. Non faccio però dei piagnistei in scena. Io sono fiero del mio compito. Io sono per l'essere in forma. Io sono contro quegli spettacoli di sola denuncia.

I tuoi progetti per quest'anno?
Voglio continuare sulla mia nuova veste di drammaturgo totale. Voglio fare uno spettacolo su temi semplici e universali sempre nella dimensione della proposta. Voglio fare uno spettacolo sulla felicità. Per me i temi importanti sono l'amore, la morte, l'arte. Voglio aggiungere la felicità. Ho un titolo provvisorio “e vissero per sempre felici e coscienti”. Sarà un'opera dove accosterò i due opposti che sono la felicità e la coscienza.
Credo che ogni autore abbia un ruolo religioso, mistico. Non ha mai a che fare con la realtà. L'autore ha a che fare con la verità. Non tendo alla mera narrazione. Ci deve essere un' affabulazione, ma l'oggetto deve essere qualcosa di universale, non una cosa banalmente reale. Dobbiamo reinventare la realtà e mai fuggire da essa.

www.martecosta.com

 

 

 

ANIMA MIA CHE METTI LE ALI

Intervista a Silvia Lorenzo



di Luca Atzori

 



Ho visto al San Pietro in vincoli, uno spettacolo intitolato “Anima mia che metti le ali” che mi ha colpito profondamente. Tematica interessante riportata con una forte magia (aiutata dalla suggestione del luogo in cui è stato rappresentato). Mi ha colpito la cura nel dettaglio che l'attrice ha dimostrato, la profondità, lo scavo, l'atmosfera vivida nel suo essere altresì oscura.
L'attrice (che in questo caso meglio sarebbe definire come artista) è Silvia Lorenzo. La sua formazione (professionale) iniziata con Domenico Castaldo, è di stampo Grotowskiano. Ha poi approfondito lo studio del canto, della danza etc fino a sviluppare un suo metodo personale.
L'ho incontrata in un bar di Torino e abbiamo scambiato quattro chiacchiere.




Silvia Lorenzo




In questo periodo stai facendo girare il tuo spettacolo “Anima mia che metti le ali”. Puoi parlarmene? Dirmi come è nato, di che cosa tratta, perché è nato etc...
Questo spettacolo è nato perché io ero alla ricerca di una storia che avesse come protagonista una donna fuori dal comune. Una donna ricca di frizioni interiori. Una donna sì forte, ma al contempo piena di paure.
Ho cercato questa donna fra i personaggi del teatro, ma non sono rimasta pienamente soddisfatta. Così, prendendo spunto dalla mia passione per la psicoanalisi, sono arrivata al personaggio di Sabina Spielrein. Un mio amico mi ha consigliato di leggere un suo libro e ho scoperto una certa affinità, mi sono sentita accordata con i suoi desideri, le sue emozioni, la sua personalità. Solo lei era andata più a fondo, è diventata folle.
Così ho raggruppato alcune sue lettere e ho iniziato a progettare uno spettacolo che fosse basato su di esse. Ho contattato diversi registi che potessero essermi di aiuto, ma ho poi deciso di fare da sola. In realtà una persona mi ha dato una mano, Thimoty Keller, il quale ha drammatizzato il testo.

Qual è stato il processo di preparazione dello spettacolo?
Ho raccolto le lettere e le ho trasferite sulla scena. Ho attraversato una fase iniziale di creazione, fatta di improvvisazioni e scrittura scenica. Per ogni scena c'era un quadro e un buio. Ad ogni momento ho fatto corrispondere un'immagine.
Quando lo spettacolo era “pronto” gli mancava però una cosa fondamentale, ovvero una regia. Così ho chiesto aiuto a un regista polacco Prsemek Wasillikovski.

Che tipo di lavoro avete svolto insieme?
Premettendo che seguo un tipo di training di stampo grotowskiano, portando avanti un metodo che ho sviluppato io personalmente, al fine di preparare il corpo ad essere vivo in ogni minima parte e dettaglio, ho approfondito con lui tutta la sfera che riguardava il personaggio, l'esplorazione nel profondo, insomma un percorso di stile Stanislavskiano. Ho lavorato contemporaneamente sul personaggio e su me stessa.

Il tuo spettacolo è anche intriso di vocalità
Per me l'uso della voce è molto importante. Ho studiato con diversi cantanti, durante la mia formazione. Ho poi iniziato a esplorare la “voce del corpo”, ovvero la voce come conseguenza di un movimento fisico, sempre connessa al tipo di lavoro che ho sempre svolto.

Perché hai deciso di fare questo spettacolo?
Perché volevo esplorare la mia interiorità. Avvicinarmi a un testo psicoanalitico e insieme a una donna psicoanalista e insieme folle, mi ha permesso di lavorare in maniera approfondita sia su me stessa che su me come attrice.


Questo spettacolo avrà prossimi sviluppi?
Prossimamente andrò a Bologna e ci lavorerò con un regista, al fine di limarlo. È uno spettacolo in crescita e voglio farlo girare ancora, lo farei girare ancora per anni e anni. Sarà un modo per plasmare una mia opera e insieme me stessa.