ONDE (LUGLIO 2012)

21/07/2012

 

di Agostino

 

Onde (Luglio 2012)

 

Un’onda

rotonda

si sfonda,

rimbomba,

rindonda,

mi inonda,

s’infrange,

si spande,

si spegne.

Un’altra mi insegue,

ma poi segue un gregge

di fragili onde.

L’un l’altra risponde,

portando

la pace nel cuore,

le onde.

 

Valutazioni sul Disegno di Legge dell'Onorevole Ciccioli

12/07/2012

 

di La Comunità che Guarisce

 

 




















 

Al Presidente del Consiglio dei Ministri
Prof. Mario Monti

Al Ministro della Salute
Prof. Renato Balduzzi

Al Presidente della Camera dei Deputati
On.le Gianfranco Fini

Al Presidente
Commissione Affari Sociali
Camera dei Deputati – Roma
On.le Palumbo

Al Presidente
Commissione d'Inchiesta sull'Efficacia
e l'Efficienza del S.S.N.
On.le Marino

Ai Capi Gruppo della Camera dei Deputati

Ai Capi Gruppo del Senato della Repubblica

e.p.c.
Agli Organi di Informazione




Oggetto: Proposta di Legge “Disposizioni in materia di assistenza psichiatrica” approvata in data 17 maggio dalla Commisione Affari Sociali della Camera dei Deputati


L'approvazione della proposta di legge di cui all'oggetto, modificando radicalmente la Legge 180, impone alcune considerazioni critiche.

 

La Legge 180 ha un indiscutibile valore socioculturale e un riconoscimento a livello internazionale che non possono essere ignorati, avendo sancito alcuni principi fondamentali nel campo della salute mentale quali il superamento dell'ospedale psichiatrico, l'orientamento prevalentemente territoriale dell'assistenza psichiatrica e la sua integrazione nel Sistema Sanitario Nazionale ed infine la limitazione del Trattamento Sanitario Obbligatorio ad alcune situazioni eccezionali.

 

È innegabile però che oggi, a più di trent'anni di distanza dalla approvazione della Legge 180, in alcune parti del nostro Paese i compiti legati alla tutela della salute mentale sono disattesi, gli organici dei Dipartimenti di Salute Mentale rimangono carenti e le strutture previste sono state realizzate solo in parte.

 

Tutto ciò da attribuirsi non certo alla legge, quanto piuttosto ad incapacità e a ritardi amministrativi che, in alcuni territori, non hanno consentito la realizzazione di un'efficace organizzazione psichiatrica, determinando, a volte, vergognose condizioni di abbandono dei pazienti e delle loro famiglie.

 

A questo punto due sono le strade percorribili:

 

  • O prendere atto che la 180, là dove è stata applicata, funziona, con soddisfazione di utenti, familiari ed operatori, ed individuare le responsabilità là dove non è stata attuata, provvedendo in tempi brevi alla completa organizzazione dei Dipartimenti di Salute Mentale, così come chiaramente individuato dai Progetti Obiettivo

  • O modificare la Legge 180, cancellando trent'anni di esperienza psichiatrica nel nostro Paese.







Mentre le più autorevoli organizzazioni rappresentative degli psichiatri, accanto a quelle dei familiari degli utenti e della società civile, hanno ormai da tempo preso posizione a favore della prima ipotesi – provvedere tempestivamente alla piena attuazione della Legge 180 –, la proposta di Legge “Disposizioni in materia di assistenza psichiatrica” approvata in data 17 maggio sembra andare chiaramente in direzione opposta, centrata come è su un'obbligatorietà delle cure che fa del paziente psichiatrico più che un uomo sofferente un soggetto pericoloso, con le inevitabili conseguenze del caso: una visione custodialistica e neomanicomiale.

 

Esitono, indubbiamente, pazienti “difficili” e il problema dell'obbligatorietà delle cure è un aspetto evidenziato spesso dalle famiglie e dagli operatori nel corso di questi anni, con il domandarsi, in maniera problematica, se la non adesione alla terapia da parte dei pazienti gravi sia conseguenza di una libera scelta o di una particolare gravità della malattia o di potenti collusioni patologiche familiari o di inefficienza del servizio psichiatrico (il cosìddetto funzionamento “a macchia di leopardo” nelle varie regioni italiane) o di negligenza degli operatori o infine di carenza di organici e di strutture.

 

Di fronte a questi problematici interrogativi relativi ai pazienti “difficili” che rifiutano le cure, la proposta di Legge “Disposizioni in materia di assistenza psichiatrica” sembra considerare, in maniera semplicistica, la legge attuale come unica causa di una così complessa questione, e indicare come soluzione un'obbligatorietà delle cure che non è certo quella temporanea del TSO della 180, ma un'obbligatorietà a lungo termine e che va al di là dei reparti ospedalieri, estendendosi anche alle strutture residenziali che diventerebbero difficilmente distinguibili allora dall'ospedale psichiatrico, nel momento in cui imposizioni e restrizioni assumono importanza fondamentale.

 

Nella proposta di legge di riforma dell'assistenza psichiatrica, recentemente approvata, sembra, ingenuamente, che qualunque terapia possa funzionare in qualsiasi regime, in quanto tecnica, al di fuori dell'aspetto relazionale.

 

Ma essendo la relazione interpersonale l'elemento fondante la terapia (ciò che fa la differenza tra cura e controllo) diventa molto difficile, se non impossibile, portare avanti, in sua assenza, un progetto terapeutico.

 

Base di qualsiasi terapia è il consenso.

 

E l'obbligatorietà delle cure, enfatizzata dalla attuale proposta di legge – con la riduzione delle garanzie procedurali e temporali per gli interventi sanitari senza consenso attuabili anche in strutture residenziali – può creare la premessa per un definitivo tramonto della possibilità di ottenere un consenso, di fondare una relazione terapeutica, di realizzare un percorso di cura.

 

È questa la risposta che la proposta di Legge “Disposizioni in materia di assistenza psichiatrica” dà ai casi difficili (e poi, di conseguenza, inevitabilmente a tanti altri) e ai loro familiari.

 

Mentre la risposta forse potrebbe essere un'altra: completa organizzazione dei Dipartimenti di Salute Mentale, così come chiaramente individuato dai Progetti – Obiettivo, con finanziamenti finalmente adeguati e poi creatività, efficienza, passione, preparazione da parte degli operatori e partecipazione attenta e costante da parte della società civile alle problematiche relative alla salute mentale.

 

E anche se tutto ciò, come qualsiasi legge per quanto buona sia, non potrà mai cancellare la sofferenza che la malattia comporta per utenti, familiari ed operatori, potrà sicuramente essere finalmente di aiuto nel cercare di realizzare quella psichiatria dal volto umano in cui molti di noi, nonostante tutto, continuano a credere.

 

L’approvazione del testo di legge “Disposizioni in materia di assistenza psichiatrica” indirizzerebbe invece in senso custodiale la pratica professionale, aumentando i costi e distogliendo risorse dall’assistenza territoriale, l’unica in grado di raggiungere, curare e sostenere le persone affette da disturbi mentali gravi attraverso un’azione di responsabilizzazione condivisa tra professionisti, utenti e famiglie sui percorsi di cura.

NASCOSTI

25/06/2012

 

di Maurizio Ferrari

 

...credi di essere stato, ma stato non è, in quanto appare come noi stessi stati.

Forse è un gioco, anzi un gioco di parole, viste e riviste da altri che guardano attraverso i vetri offuscati dagli affari perduti per strada.

 

 

Il sistema è un esempio di società che conduce l'alternarsi della sporcizia: continua e convinta di stare ferma.

 

Respirare aria assurda implica pensieri contrari a se stessi...

Detto e ridetto l'acqua farà il suo percorso abbattendo le solite barriere.


 

MATTI DENTRO LE RIGHE

10/4/2012

 

di Luca Atzori

 

"Ci sono sempre falsi profeti. Ma nel caso della psichiatria è la profezia stessa ad essere falsa, nel suo impedire, con lo schema delle definizioni e classificazioni dei comportamenti e con la violenza con cui li reprime, la comprensione della sofferenza, delle sue origini, del suo rapporto con la realtà della vita e con la possibilità di espressione che l'uomo in essa trova o non trova." Franco Basaglia





Soggiornare dentro un “repartino” o vivere in una casa-appartamento etc sono esperienze e condizioni che possono apportare per ciascuno un significato diverso. Per alcuni rappresentano il crisma di un'esistenza fallita, per altri un alibi, per altri ancora una campana di vetro o un inferno e via elencando.
Per tutti hanno una funzione (dichiarata), ed è quella di riabilitare alla vita riconosciuta consensualmente come “normale”.
Consenso e norma, due concetti assai vaghi, che rendono altrettanto aleatoria una possibile risposta alla domanda: che cosa significa curare un malato mentale?
Qualora una persona si trovi a vivere una crisi psichica profonda, prima ancora di essere ricoverato, gli possono capitare migliaia di cose, accompagnate da due sentimenti ricorrenti: la paura e la vergogna.
Paura del mondo e di sé stessi, e di conseguenza vergogna.
Ogni qual volta si esca fuori dalle righe, ecco pronti gli occhi giudicatori, molto più sottili, attenti e invisibili di quanto ci si aspetti. Molto spesso sono gli occhi carnefici che nascondiamo dentro noi stessi..
Ci sono comportamenti che sfuggono all'interpretazione, alla comprensione e alle lenti sicure con le quali siamo normalmente abituati a leggere il mondo. Così quel determinato modo di essere va nascosto, rieducato, reinserito (e spesso il concetto di educazione coincide con il cancellamento).
Durante i giorni o soggiorni di reclusione, avviene innanzitutto uno svuotamento dell'identità. I farmaci assumono un ruolo primario. La vita individuale viene venduta all'istituzione, e così viene prosciugata, incasellata. Viene ad aggiungersi un terzo cognome. Mario Rossi schizofrenico, Francesco Vattelapesca bipolare e via dicendo.
La malattia è il primo passo verso un'oggettivazione. Tutto questo per rendere la situazione più comprensibile, o meglio controllabile..
Parlo della vita da malato, svolta fra i centri diurni, i c.s.m, le case appartamento, conchiusa in una logica coercitiva che stampa sulla fronte della Persona uno stigma di invalidità, molto spesso comodo sia al paziente che al mondo del lavoro. Ed ecco che una persona dotata di particolare sensibilità, acquisisce magicamente gli stessi privilegi di cui gode il disabile motorio o via dicendo.
Una subdola e insidiosa forma di biopolitica va a delineare le potenzialità corporee di queste persone. Nelle case appartamento, repartini o altri di questi luoghi non si può fare l'amore (gli educatori concedono ai pazienti di andare con le puttane, questo è il confine del sentimento) tutte le attività che vengono svolte dai pazienti sono spesso private del loro valore ed essi stessi privati del loro merito che viene scippato dall'istituzione, così che ogni attività ricreativa (artistica o quant'altro) si mostra come terapeutica, riabilitativa.
Così sulla pelle del soggetto iniziano a scriversi libri su libri che portano i volti del trauma. Tutto per non creare troppo disagio nelle signorine e signorotti del centro città, dalle tanto urbane abitudini.
Perché non è bene che i matti ricevano troppi stimoli, perché è bene che arrivi l'ora del risperdal, perché non è possibile per essi fare scelte sensate che gli permettano di vivere nel nostro beneamato paese democratico, non è bene che votino, che lavorino, che vivano in una casa normale. Tutto questo limite è imposto dal mondo del lavoro e dall'economia tanto sana, che nel caso in cui se ne deragliassero i contorni, ti concede l'assistenza e la pietà, e magari un po' di violenza, che non fa “mai male”. Che dire? Perché, direbbero alcuni dottori: siamo interessati a mettere “i matti dentro le righe, non sopra”.


BUONANOTTE

10 /4/2012

 

di Simone Sandretti

 

Spesso, alle persone che mal digeriscono i piatti di dolore che la vita cucina per tutti, risulta inevitabile cercare una compensazione emotiva nell'altruismo.
Con cio' non intendo dire che il volontariato ed il lavoro sociale siano delle vie di fuga dal dolore. Quello che intendo e' che, in generale, spesso si confonde la disciplina dell'amore verso di se e verso gli altri con l'altruismo. Il dolore e' un vestito unico e su misura per ognuno, per questo richiede rispetto e la massima attenzione nel trattarlo. Possiamo anche chiuderlo nell'armadio antidolorifico, antipsicotico, ansiolitico, antidepressivo, antibiotico quando la sua intensita' ci getta nel  panico ma l'unico modo per prendersene davvero cura e' quello di allenarsi quotidianamente ad accoglierlo, guardandolo in faccia, rimanendo il più' possibile lucidi. Il dolore sveglia dal torpore e dall'illusione che la nostra felicita' dipenda dagli altri. Chi si lamenta non e' nudo davanti al dolore ma rannicchiato sotto le coltri della sofferenza che si illude di trovare fuori l'origine della propria pena.  Per questo e' importante rendersi conto che amare non significa scaricarsi o caricarsi addosso il dolore degli altri . Il dolore e' prezioso, prima o poi bisogna svegliarsi, togliersi il pigiama e indossarlo. Chi vuole aiutare qualcuno prima di tutto si alzi dal letto. Buonanotte.

CRONACHE DI UN'ORDINARIA FOLLIA

 

 

10 /4/2012


di Beatrice di Zazzo


Toc toc... -"Chi è?"
- "L'ispirazione!"...
- "Era ora, ti eri persa nel traffico???"
- "Più o meno, l'importante è che io sia arrivata!"

So che sono un essere umano perchè so cosa significa nascondere la propria bestialità.
So cosa significa non volersi alzare dal letto e uscire di casa perchè so anche cosa significa non riuscire a fermarsi, nemmeno per dormire .
So cosa significa avere fiducia perchè so anche come sia dolorosa averla avuta ferita. E averla ferita.
So quanto sia importante intravedere una luce perchè mi piace il buio.
So che le parole sono importanti, ma solo perchè amo il silenzio.
So che mi piace esplorare i fondali marini perchè so anche che mi piace guardare il panorama da un cucuzzolo.
So cosa significa essere sani perchè so anche cosa vuol dire essere malati.
So di non essere matta perchè ho anche creduto di esserlo.
Conosco la tolleranza perchè in fondo sono intollerante.
So cosa significa avere fede perchè mi definisco agnostica.
So che sperare nell'eternità delle situazioni aiuta come credere che nulla è per sempre.
So che appoggiarsi a volte è salutare...ma lo è anche riacquistare l'equilibrio quando l'appoggio viene a mancare improvvisamente.
So che mi infastidisce essere scrutata anche perchè la mia indole è quella di osservare.
So che parlare dei propri mostri è salvifico, ma forse preferisco ascoltare piuttosto che essere ascoltata.
So come ci si sente a innamorarsi della propria immagine riflessa perchè so anche cosa vuol dire guardarsi, non riconoscersi e lasciarsi un po' andare.
So cosa significa fare l'amore per amore perchè so anche che significa fare l'amore per avercelo garantito.
So cosa significa scegliere perchè spesso mi hanno scelta o hanno scelto per me.
So che mi piace mangiare perchè so anche cosa significa non avere fame.
So che un vizio può essere goduto perchè so anche cosa significa frustrarlo.
So cosa significa avere paura di vivere perchè so anche cos'è la paura di morire.
So che la paura immobilizza perchè so anche cosa significa non avere paura.
So quanto sia importante rischiare nei progetti perchè so anche cosa significa abbandonare a priori.
So che il cuore può scoppiare di gioia...implodere di dolore... sopravvivere per noia.
So come ci si sente a non avere paura della propria morte perchè conosco l'angoscia per la paura della morte degli altri.
So cosa significa avere la terra ferma sotto i piedi perchè l'ho sentita anche scuotersi e scuotere tutto quello che vi è poggiato.
So cosa significa avere dei sogni perchè ho conosciuto momenti in cui mi sono stati strappati dalle mani.
So che una superficie liscia è più rassicurante ma ho capito che a volte si tratta si osservare le crepe.
So che l'infanzia va protetta, ma solo perchè conosco l'indifferenza degli adulti.
So che avere la mente libera è importante come lo è anche averla affollata di pensieri disturbanti.
So che l'ordine è importante ma solo perchè simpatizzo per il caos.
So cosa significa avere cura del prossimo perchè so anche cosa significa non averne cura.
So che sono buona perchè so anche com'è sentirsi cattivi.
So che avere qualcuno affianco è impareggiabile perchè sono innamorata della mia solitudine.
So che è fondamentale conoscere se stessi e sapere di non sapere... ma sono convinta anche che tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. Non rimane che tuffarsi.

TORINO MAD PRIDE ALL'UNIVERSITA'

10 /4/2012

 

di Beatrice e Luigi

 

Giovedì 15 Marzo alcuni degli esponenti di Torino Mad Pride (TMP)  sono stati ospiti alla lezione di Psicopatologia dello sviluppo tenuta dal prof. Zennaro  presso l’Università di Torino.
Il primo intervento, ricco di colpi di scena, è stato quello di Simone Sandretti che spiega come lo scopo della manifestazione sia quello di coinvolgere  “matti” e “normali” in una giornata dove tutti, spogliati di etichette e stigmi, si incontrino per raccontarsi e divertirsi.
Tante le iniziative proposte dal gruppo che cerca di stimolare gli studenti a farsi avanti e mettersi in gioco. Più volte viene ribadito che Mad Pride ha bisogno di pensieri e azioni di chiunque, “folle” o meno, abbia la voglia di contribuire con le proprie risorse.
La discussione si fa sempre più movimentata, escono  alcuni “persuasori” e ne entrano altri, ognuno mette in luce le varie sfaccettature e i progetti che TMP si propone di portare avanti.
Tony, l’uomo pacato del gruppo (così chiamato scherzosamente da Simone), ci tiene a  valorizzare  non solo le brillanti idee che il gruppo vuole “diffondere”  e rendere reali, spiegando che si sta entrando in contatto con le istituzioni (ASL, associazioni di utenti e familiari, cooperative e assessorati) e con il pubblico, ma anche tutto ciò che TMP ha già realizzato sul territorio.
Nei  banchi dell’aula tra finti normali, dissociati, paranoici, ansiosi, melanconici, psicotici, maniaci e chi più ne ha più ne metta, tutti sembrano entusiasti e sbalorditi dall’energia e  ricchezza di particolari con la quale Mad Pride viene raccontato. Si respira un profondo stato d’ilarità nell’aria e una domanda sembra farsi largo  nelle menti dei presenti: “Chi è il pazzo? Chi è l’operatore?”.
Nonostante sia stato più volte ribadito da alcuni dei rappresentanti il loro passato da utenti psichiatrici, aleggia una sorta di incredulità: sembra di essere arrivati a quel limite in cui il reale diventa ironico e l’ironico reale, tutti diventano tutto. “Questo è Mad Pride”, che si sta già “insinuando” tra le persone in quell’aula, e non solo.  
Ad un certo punto sembra non esserci più il bisogno di spiegare il perché, il come, il quando.
“Chi ha ascoltato gli esponenti di TMP parlare”, dice uno studente, “non può che condividerne il pensiero e appoggiarli”.
La condivisione dei valori espressi durante l'incontro nell'aula universitaria ha invogliato alcuni studenti a recarsi la sera stessa alla riunione aperta presso il Caffè Basaglia. La curiosità, la voglia di chiarimenti, il desiderio di porre alcune domande sono stati gli elementi che hanno fatto da traino. Senza nascondere che, probabilmente, la molla principale sia stata la “persuasione” con la quale sono state introdotte le aspettative del Mad Pride e di chi ha deciso di farne parte. Notare la presenza di persone nuove, giovani, con la voglia di conoscere ha sicuramente giovato alla riunione. Che molte delle nuove facce presenti fossero quelle di studenti di psicologia potrebbe far considerare la situazione come una sorta di esperimento sociale: provate a mettere in una stessa stanza chi viene “curato” e chi “dovrebbe curare”, in una situazione completamente libera da regole e costrizioni, e vedete cosa succede. Al contrario di come stereotipi e pregiudizi indurrebbero erroneamente a credere, si possono osservare le stesse dinamiche riscontrabili in qualsiasi altra riunione. D'altronde, all'inizio dell'incontro, non tutti sanno chi è cosa, e questo rende più difficile comportarsi secondo i canoni dettati da non si sa quale presunta suprema autorità. Tutti alla pari, tutti liberi di esprimere il proprio pensiero, tutti in grado di far valere le proprie ragioni e i propri punti di vista. Vengono passate in rassegna le attività insite nel progetto: “matti a cottimo”, rappresentazioni teatrali, mostre artistiche, la redazione del giornale. Ogni argomento trattato si è evoluto ed arricchito grazie all'unione di varie menti. Gli stessi “affezionati” al progetto forse non credevano potesse succedere. Ma la persuasione, intesa come “l'arte di modificare l’atteggiamento o il comportamento altrui attraverso uno scambio di idee” può fare molto. Può far porre domande su se stessi e gli altri che prima non avevamo ritenuto necessario porci. Può far cambiare opinione su un pregiudizio, semplicemente parlando con spontaneità e mettendo da subito sul tavolo da gioco le carte ben scoperte. Se a qualcuno dovesse venire il dubbio che si tratti di “propaganda” nella sua accezione negativa, cioè la volontaria distorsione delle informazioni diffuse con lo scopo di manipolare l'opinione di chi le riceve, probabilmente l'unica risposta è: ai posteri l'ardua sentenza.

CAFFE' BASAGLIA QUATTRO ANNI DI LAVORO MATTO



18 /3/2012
di Silvia Duchi

Zero soldi e un sogno: quello di creare una struttura in cui si potesse applicare la legge Basaglia, ovvero dare opportunit‡ di lavoro ai pazienti psichiatrici favorendo la loro integrazione nella vita sociale a tutti i livelli. Stessi presupposti per il Torino Mad Pride, per il quale il CaffË Basaglia di via Mantova 34 Ë un punto di riferimento e di appoggio logistico, la base per tante riunioni organizzative. Qualcosa di pi_ di un localino accogliente: un centro polifunzionale e soprattutto un foro culturale di grande vitalit‡; porta racchiusa l’energia di quelle sette persone che con forte determinazione hanno voluto farlo nascere. Senza soldi, appunto.

A raccontare la storia, che ha risvolti affascinanti, Ë Enzo Di Dio, factotum del centro presieduto da Daniela Vasta. “Dopo una vita nel sindacato e in procinto di andare in pensione -spiega Di Dio- sentivo l’urgenza di mettere a frutto qualcosa di concreto. Determinante Ë stato l’incontro con Ugo Zamburro, psichiatra che da anni accarezzava l'idea di un progetto in cui fosse applicata la legge Basaglia. Un progetto di tipo clinico a tutti gli effetti. Non Ë stato facile. Non sapevamo dove e con che cosa ma Ë stata una esperienza incredibile perchÈ appena ci siamo messi all’opera, giorno dopo giorno, abbiamo avuto aiuti inaspettati che ci hanno permesso di andare avanti”.

L’apertura Ë avvenuta l’8 gennaio 2008 con 15 pazienti, uomini e donne, inseriti attraverso l’Asl. Attualmente ce ne sono 11 e ognuno ha scelto il ruolo per il quale si sentiva pi_ portato. C’Ë chi preferisce stare in cucina, al lavaggio dei piatti o al pc; ma, oltre alla responsabilit‡ di ricoprire un compito specifico, quello che Ë fondamentale Ë un ambiente in cui ognuno si possa sentire a casa.

In questi quattro anni hanno lavorato al CaffË Basaglia poco meno di cinquanta pazienti psichiatrici, che in alcuni casi hanno poi trovato altri lavori stabili. Un luogo dove si vive quotidianamente il progetto di libert‡ del malato psichiatrico teorizzato da Franco Basaglia, che non puÚ prescindere dallo sviluppo e dall’evoluzione di consapevolezza dell’intera comunit‡.
Un posto che da molti Ë stato riconosciuto come un caso, tanto da attrarre l’attenzione dei media nazionali. Maurizio Costanzo, Giancarlo Magalli, Fabrizio Frizzi. Quest’ultimo ha dedicato al centro una trasmissione Rai di ben 35 minuti, con servizi realizzati sia nell’ambiente familiare sia lavorativo dei pazienti inseriti.

Una realt‡ nata e cresciuta senza un centesimo di contributo pubblico. Di Dio definisce "azionariato popolare" il tipo di sostegno ricevuto perchÈ in questi anni ci sono state, e ci sono, persone che hanno creduto nelle finalit‡ del progetto e hanno donato cifre considerevoli. Tuttavia non Ë facile mandare avanti tutto: le spese fisse mensili ammontano a 15.500 euro compresi gli stipendi. Per aumentare le entrate si affittano i locali per attivit‡ varie: mostre, cene etniche, convegni, corsi e persino sfilate di moda e matrimoni. Cosa che accresce ulteriormente il movimento e le possibilit‡ di scambio di un locale dall’atmosfera unica e vitale, che infatti fa parte di una rete con diramazioni internazionali e intercontinentali (in Argentina c’Ë il Basaglia 2, una cooperativa che si occupa di raccolta differenziata).
Lavoro e sviluppo di una cultura che includa il disagio psichico: era l’idea di Franco Basaglia ed Ë ciÚ che si realizza ogni giorno nel centro di via Mantova; Ë ciÚ che si propone di fare il Torino Mad Pride con il progetto Matti a Cottimo. Un cammino appena iniziato ma che, grazie alla determinazione di tante persone che ci credono e ci stanno lavorando, potr‡ portare lontano. Basaglia insegna.

TORINO MAD PRIDE ARTE

di Alessia Panfili

 

12/4/2012

 

È un esercizio. Inizia così.
Priviamo di senso le definizioni che ruotano intorno al mondo dell’arte e lasciamo per un momento il contenitore-parola libero da significati oggettivi. Mondo dell’arte. Certo, le strutture cardine che compongono questo corpo vuoto sono reali, sono quelle del valore di un’opera e del potere d’acquisto. Ma se scendiamo nel contenuto di cos’è un atto artistico, o di cos’è o chi è un artista, i confini diventano più difficili da definire. E lo stesso vale per quando guardiamo da vicino ogni categoria. Perde di senso.
Il privilegio di camminare su un terreno di confine consiste nel poter tracciare una zona neutra in cui le categorie d’appartenenza non valgono. Si annullano.
Torino Mad Pride Arte tenta di crescere su questo confine, riconoscendo in esso una fortunata sospensione d’aspettativa e di giudizio, dove diversi linguaggi artistici possono interfacciarsi e comunicare tra loro, aprendosi così a nuove urgenze, a nuove possibilità di crescita.
Detto questo, si, al Torino Mad Pride Arte ci sono gli “artisti professionisti” e gli “artisti matti”. Insieme. E cosa fanno? Fanno una mostra. Anzi ne fanno otto, tra collettive e personali, e sono tutte curate da esponenti del mondo dell’arte che si sono prestati a  individuarne una coerenza, una linea curatoriale, connettendole così al mercato dell’arte fatto di galleristi e collezionisti.
Funziona così.
Per sei mesi si susseguono otto mostre, curate da artisti riconosciuti nel settore,  e presentate in spazi dedicati all’arte e alla compravendita. Ogni artista-curatore seleziona le opere dal database di Torino Mad Pride Arte (madpridesito.jimdo.com/madgallery) e struttura il suo progetto curatoriale, ignorando chi sia l’artista o l'eventuale disagio che sta dietro all’opera.
Fin’ora due mostre sono già state inaugurate: la prima, curata da Caretto & Spagna nella Galleria Barriera a Torino, ha visto coinvolti sei artisti -più o meno matti- in una collettiva dal titolo Zone di Incandescenza (gli artisti coinvolti sono: Adolfo Amateis, Alis/Filliol, Liliana Macario, Lina Sopo Miceli, Maria Rossa, Namsal Siedlecki).
La seconda, Cemento, curata da Paola Anziche', e' la prima personale torinese di Nicoletta Cocconi ed ed e' visitabile fino a fine mese presso la Galleria Square 23 in Via San Massimo 45 a Torino.
Entrambe le mostre hanno catturato l'attenzione del pubblico e di chi opera nel settore e ci sono già stati degli interessanti investimenti economici da parte di alcuni collezionisti di arte contemporanea.
Il progetto continuerà a muoversi su linee trasversali, coinvolgendo artisti con trascorsi diversi e trascinandoli verso una sperimentazione condivisa.
I prossimi appuntamenti in programma sono le mostre curate da: Alberto Reviglio al Caffè Basaglia, Cesare Pietroiusti e Giuliano Nannipieri  del Museo Italiano in Esilio presso il Padiglione della Giraffa al Parco Michelotti; Cosimo Veneziano alla Galleria Cripta 747; Tea Taramino e Enzo Bodinizzo alla Galleria Ingegno; Marzia Migliora alla Galleria Barriera. Per chi fosse interessato a ricevere gli inviti per le inaugurazioni o volesse segnalare un artista da inserire nell'archivio di Torino Mad Pride Arte scriva a:
 torinomadpride@gmail.com

TORINO MAD PRIDE TEATRO

Di Luca Atzori

21/03/2012


Come tutte le iniziative del Torino Mad pride, anche la rassegna teatrale ha come obiettivo quello di creare un'interazione fra il mondo dei cosidetti “normali” e quello dei “matti”. Una parte (calendarizzata) si svolge presso la struttura dell'ex poveri vecchi, in via San Marino 10, ed è quella che ospita compagnie di professionisti o semi-tali conosciuti nel circuito torinese, che recandosi presso la struttura dell' ASL 1 hanno modo di incontrare i pazienti dei centri diurni, c.s.m., comunità e quant'altro.

Un'altra parte, non calendarizzata, si colloca presso i locali e teatri di Torino, dove invece chi si esibisce sono proprio persone che vivono disagi psichici i quali incontrano la vita dei “normali”.

Perché questa netta divisione, se è proprio l'incontro e l'interazione che si ricerca?

La realtà della ghettizzazione è imprescindibile, non si può trascurarne l'esistenza. La situazione attuale è così. La rassegna teatrale è un vero e proprio trait d'union.

La rassegna, di per sé, è un grande evento che si muove oltre il teatro e intende simboleggiare la crescita di Torino Mad Pride, quindi la formazione della sua identità. Il lavoro che spera di svolgere è incentrato oltre che sulla cultura, anche sull'incontro. Il teatro da sempre è stato un modo per creare aggregazione, narrare, ritualizzare. Il fatto che i pazienti psichiatrici e le persone “normali” si incontrino e condividano questo genere di esperienza umana, credo vada oltre qualsiasi interpretazione che si serva di etichette. Ci si incontra fra uomini e si festeggia la diversità di ciascuno, il che è pleonastico, perché questo, credo, è il significato dell'incontro, sempre.



OPINIONI DI UNA FETICISTA

18/03/2012

di Rossella Vayr

La porta del mad pride apre su un’anticamera, entrare nel mad pride significa attraversare stanze  non perfettamente pulite, non precisamente in ordine, sottratte allo scrupolo della pulizia nato dall’esigenza di regolare e lucidare il vuoto per dissimularlo. Le esistenze che poggiano fondamenta di cemento armato su una millimetrica patina di trucco muovono il mondo, l’esistenza di mad pride si muove con leggerezza sul nulla che ci regge. Non c’è dissimulazione. L’esigenza di mascherare il vuoto è assente. Mad pride aderisce alla vita senza strati di protezione come un corpo nudo a un altro corpo senza abiti. La vicinanza alla vita senza orpelli, senza finzioni, come è la vita che conosce la sofferenza psichica, fa sorgere un senso al di sopra del vuoto su cui siamo liberi di muovere i nostri passi. È la libertà di cui mad pride amplifica la voce, in cui disordine e imperfezione rivelano soltanto le possibilità di cui il reale è fonte inesauribile, cessando di essere il peccato capitale comunemente condannato, e aprendo all’immaginazione gli spazi per dare espressione a quella vicinanza al reale dolorosa e esaltante. Questa è la libertà del mad pride.

IL DISSENSO DELL'ANIMA

14 /3/2012

di Doxa

 

 

Ciò che recrimino alla psichiatria è il dispensare verità sul modo in cui le emozioni devono venire espresse e provate, dettate da un senso di normalità deciso a tavolino, su un paradigma che segue norme logiche, estranee alla natura stessa dell'emozione: illogica, distratta, passionale e follemente smarrente. Ma le emozioni vengono regalate, ahimè, nella vita. E un regalo non lo si può cambiare. Non ha né bugiardino, né ricevuta. E la gratuità è così vera, e le cose vere ci fanno così tanto tremare. E nessuno può sapere come il mio corpo, i miei occhi, percepiscano il canto del vuoto, il nero del buio, lo scintillare della gioia, l'accecamento della meraviglia. Dunque, ditemi voi giudici. sentenziatori di verità, per quale motivo dovrei rinnegare ciò che provo, il gelo sulla mia pelle, l'odore del mio respiro?
Chi siete voi per mettere in dubbio l'autenticità delle mie emozioni, per cambiarle, scambiarle, inquinarle, scartavetrarle con la vostra saccente “ verità”?
Non ammettete rivali, voi giudici. E' come giocare a poker, senza poter bleffare.
Eppure l'uomo non è stato ancora assolto dal peccato originale, si affida ancora all'inganno e inciampa ancora nel fascino del proibito. Perchè beh sì, è seducente, come dargli torto.
Ma ci stiamo perdendo.
Il punto è che ciò che viene deciso a priori non ammette smarrimento, non ammette anima e tormento.
E mi chiedo se avete voi vi siete mai permessi di godere dell'emozione che si prova
nel perdersi in una città sconosciuta,
nel desiderio di ridisegnare un addio,
nella paura di sentirsi amati.

 

L'ARTE DELL'APERTURA

 

06/3/2012

di Beatrice di Zazzo

 

 

 

Tentare di aprire la propria mente in merito a due “visioni”: quella nostra sul mondo e quella che il mondo ha di noi. La realtà fattuale potrebbe essere nient'altro che una convinzione utile a categorizzare, a distinguere tra realtà e finzione, a decretare ciò è accettabile e cosa, o chi, non lo è. Chi si accontenta delle verità date, chi non mette in discussione il proprio punto di vista per incontrarsi con l'interlocutore su un sentiero di confronto e comprensione, forse perde un'occasione importante per arricchirsi non impoverendo nessuno e per donare senza perdere nulla. Le idee sono materiale intangibile che si sottrae alle leggi di mercato, salvo i casi in cui non ci sia la deliberata volontà di creare una realtà più finta dell'immaginazione per creare giochi di potere. Lì dove non c'è competizione, ma esiste l'intenzione di innescare qualcosa di nuovo in grado di abbassare i livelli di intolleranza e prevaricazione, la complessità può diventare la chiave di lettura adatta a far girare la serratura e aprire nuove porte. Scendendo su un piano materiale, un gruppo di persone sensibili alle problematiche di chi ha difficoltà nell'interagire con l'ambiente (o semplicemente modi e maniere del tutto personali con le quali avvicinarsi o fuggire dal mondo) sa che per entrare in un sistema apparentemente chiuso deve sapersi creare un varco. Come affermava Ludwig Von Bertalanffy, un sistema chiuso tende all'entropia, cioè all'aumento di disordine che, in contemporanea col l'esaurimento delle risorse da impiegare, può determinare l'autodistruzione del sistema stesso. Nei sistemi aperti, invece, pur dovendo considerare che l'apertura con l'esterno può consentire uno scambio con energia esterna sia positiva che negativa, si può contare sul continuo ricambio della natura dei flussi coinvolti. Utente psichiatrico, familiari, operatore di base, educatore, infermiere, psicologo, psichiatra, distretto sanitario. Tutti inseriti in sistemi con una propria identità e un proprio fine, in confine tra loro; probabilmente imploderebbero se non si aprissero delle brecce tra un muro e l'altro, per cercare di avvicinarsi alla diversità degli altri da sé stessi. Un osservazione continua e lenta, lo scrutare che spesso ostacola la spontaneità delle relazioni. L'arte, però, possiede “l'arte” di far avvicinare all'estraneo riconoscendo sé stessi, permette di potersi mischiare mantenendo il proprio gusto e la propria individualità. Forse (e ho usato il dubbio in tutte le righe scritte perchè spesso credere nelle cose, ma prenderle un po' meno sul serio, aiuta), il Mad Pride rende un po' tutti i suoi protagonisti degli artisti dell'anima.

 

1) NON MI AVRETE MAI

27/02/2012

di Carolina Abbà

 


Ventotto anni, trentadue, cinquantasette, sedici, ottanta, miei cari, mia cara, mio caro lettore. Puoi avere qualsiasi età. .

A qualsiasi età ripeto, non sentitevi esclusi.

Lontani dalla propria nave, dal proprio corpo, il proprio mezzo, ed è lì, proprio in quel momento, nel buio dell'oceano atlantico senza neppure una stella che ti diriga, che vengono riletti tutti gli eventi.

 

È arrivato il momento di reimpostare tutto, a volte capita, a chi ciclicamente e a chi mai, a chi ogni giorno. Rivedere un po' tutto, trarre le somme e cercare di riconoscere almeno tra tutte quale sia la stella polare.

Capire dove andare e vedere di indirizzarsi in qualche modo verso la prossima decina....

Quelle sospensioni spazio temporali in cui poter ripercorrere il tempo vissuto e tracciare qualche utile conclusione prima di lasciarsi trascinare nuovamente in tutte quelle vorticose incoscienti vicende, ambiguità, sicurezze, sopraffazioni, sostituzioni o proprio per evitare le incoscienze, ambiguità, sicurezze, sopraffazioni, sostituzioni ed eleggere altri sostantivi astratti ma comunque indicativi, come caratterizzanti delle prossime . Altrimenti ci si rischia di perdere.

Si può prendere qualsiasi strada, meglio se si è ben convinti e se non si è convinti farsene una ragione, accettare.

Mettere delle linee ed evitare di prendere ciocca per brocca.

 

Vivi e forse se dimentichi le cose scompaiono, se non ricordi il movente, l'emozione, l'esserci, tutto si ripete e sei sempre lì fermo, che con gran fatica fai giri concentrici e poi ti ritrovi ad essere tu il bersaglio pronto al colpo all'ultimo giro. O allargare i cerchi fino a staccarsi da quel vorticare e con uno slancio prendere il volo.

Ringrazio la scrittura con lei non impazzisco, questo intendo con il “non mi avrete mai”, non mi avrete mai perché ci sono le parole da riordinare e c'è chi ha scritto c'è chi ce l'ha fatta e ha lasciato una traccia . Grazie.

 

Ma come facevano a non sentirsi giudicati i grandi grandi, chi ha espresso le faglie dell'animo, Rousseau e le passeggiate solitarie...

Da dove parto, dove sto... sul limite, ormai ben oltre il Sepolto Porto.

 

Mi preoccupa soprattutto lo spirito e fate bene ad aver paura perché oltre a scrivere come un unico flusso di pensiero ora arrivo anche allo spirito di cui si sente così raramente parlare qui in occidente, da quando forse hanno frainteso il nostro caro Cartesio e della sua riflessione sul corpo e l'anima hanno deciso di trattare le cose separatamente. Ma ora il mio corpo ha bisogno di richiamare lo spirito qui su questa terra in questo corpo.

Ed eccomi qui. .

Commenti: 4
  • #4

    Centrifugal Juicer (sabato, 27 aprile 2013 19:20)

    I just shared this upon Facebook! My buddies will definitely like it!

  • #3

    Juicers Reviews (mercoledì, 24 aprile 2013 15:15)

    This is a great blog post! Thank you for sharing!

  • #2

    luca (giovedì, 05 luglio 2012 15:30)

    vorrei un vostro messaggio, info per ls sveglia 210

  • #1

    Anonimo Pensoso (sabato, 17 marzo 2012 07:16)

    abbondare sempre i porti sicuri, prima regola, vieni

LO STRADARIO

15/02/2012

di Mr Laburb

 

Abbiamo presentato lo Stradario. Anzi Lo Stradizionario. Un dizionario di sopravivenza urbana. Sono le prime 49 voci che aprono provocatoriamente una riflessione sulla città e sull’alienazione da essa e in essa. I temi (e le voci) proposti riguardano tutti e non solo i “matti”, i folli e i melanconici. Il fatto che questo dizionario è stato creato e iniziato da loro, promuovendo una sorta di Wikipedia dell’alienazione e separazione, ( un sapere che parte dall’esperienza vissuta e solo nella sua condivisione relazionale riesce ad arrivare al concetto e divenire sapere condiviso) fa dello Stradario un punto di osservazione sulla città privilegiato. I punti da dove ci osservano i folli, da dove arrivano le voci, sono i confini estremi del urbano ( urbano: muri e parole, luoghi e relazioni). Ogni giorno in questa città decine e centinaia di persone portano le traiettorie esistenziali della solitudine e dell’isolamento, della separazione e frammentazione, fino alle estreme conseguenze. Per i di più, per i normali abitatori della vita sociale, per quelli che si spostano sempre nelle Autostrade del Sensocomune, lo Stradario disegna una psicogeografia della città, fatta di anfratti, cul de sac e stradine secondarie. Viene in mente la città ipogea abitata da fotofobici con la vista acuta (come i gatti nel buio). 

Le Autostrade del Sensocomune. Comode per condurre un esistenza sicura e rassicurante. Dall’inizio alla fine, dalla A alla Z, (un altro dizionario). Ogni civiltà crea un senso comune che è un derivato dell’esperienza condivisa, ma è stata in epoca moderna, che la Scienza del Diritto e della Medicina  hanno trasformato il comun-sentire in Normalità Codificata. Il predominio del principio economico su tutte le altre dimensioni del umano ha fatto si che l’Autostrada del Sensocomune, il suo scorrimento fluido, è determinato a partire dal flusso della merce. Oggi più che mai gli uomini per potersi spostare, non solo nelle città ma anche nella vita, sono costretti ad assumere sempre di più la forma merce.

Chi non c’è la fa a stare in autostrada, vuoi per la velocità ( mica puoi andare a 10 km all’ora?) vuoi per il senso di ansia e angoscia trasmessa dalla dinamica del flusso eterodireta (ti senti guidato, incanalato, programmato etc.), chi non c’è la fa e per scelta o per necessità esce dal flusso del Autostrada, e va per le provinciali e i sentieri, batte deserti e labirinti, dico chi non c’è la fa a stare nel dromologio ufficiale, disegna uno stradario dei confini e dei limiti, del inesplorato che sta vicino al indicibile.

I fuoriusciti dal Autostrada del Sensocomune, tracciando questa geografia dei limiti estremi del alienazione e separazione, uscendo dai programmi della sopravivenza assicurata, “avendo visto”, ci mostrano qualcosa sul legame sociale che crea la città, sulle Autostrade del Sensocomune. Mostrano che il pegno pagato in termini di vita, per avere la sopravivenza assicurata e programmata, è troppo alto. Mostrano che il grado di alienazione e separazione è troppo spinto, che le Identità richieste per sentirsi integrato sono insostenibili. Che le accelerazioni del flusso della merce ti fa gridare “Fatemi scendereeeeeee!!!!”

Ecco allora che i fuoriusciti si trasformano in Nuovi Artigiani della Vita ( N.A.V. o N.A.V.E. nuovi artigiani della vita estrema). Dovendo fare a meno delle strutture dello Spazio e Tempo insite all’Autostrada del Sensocomune, non avendo più la panoplia della Normalità Codificata, entrando in Sospensione persistente e profonda, i fuoriusciti devono reinventare ogni giorno, da buoni artigiani della vita, i luoghi e i tempi, le relazioni e il loro senso. Ecco, le voci di questo dizionario derivano da questo artigianato della quotidianità, tra incontri e smarrimenti, gioie e pericoli; sono le voci di chi ogni giorno rischia qualcosa non potendo riposare nella certezza e tranquillità del senso comune.

 

 

Mr Laburb

 

 Ecco le voci iniziate:

 

A

Abitare, Abitazione, Aggressione, Angoscia, Ansia, Apertura, Avamposto

 

B

Biologia

 

C

Cambiamenti, Clima,Consigli,Controllo,Convalescenza,Costrizioni

 

D

Descrizioni, Diversità

 

F

Fortuna, Futuro

 

G

Ghetto, Giochi,Guarire

 

I

Identità, Imparare, Interessi

 

L

Lavoro

 

 

M

Medicine

 

N

Neon

 

O

Ostinazione

 

P

Passato, Paura, Permesso, Pretesto, Psicoterapia

 

R

Responsabilità, Ribellione, Riconoscersi, Ricoveri

 

S

Sicurezza, Sogno, Solitudine, Sospensione, Spavento, Suggerimenti

 

T

Tempo,Traslochi, Treni, TSO

 

V

Vivere

 

Per sapere di più scrivi a laburb@libero.it

e visita  mrlaburb.blogspot.com

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LOGOS E DELIRIO

13/12/2012

di Luca Atzori

Ogni condizione che non ammetta punti di appoggio, e che perciò escluda luogo, è quella definita come estatica, mistica, o anche infernale.
Il punto di appoggio qui inteso, si compone delle certezze, le memorie, i dogmi, i dati di pensiero che rendono possibile una collocazione all'interno dell'individualità (superficie bidimensionale). Un'azione riflessa che a partire da un dato di realtà, dona una casa al pensiero, colloca la coscienza all'interno di un determinato spazio e rende possibile una conseguente ermeneutica. In poche parole, l'esperienza della cultura, una eco che conclama la verità archiviata nelle tracce del linguaggio, l'arte e quant'altro. È un'esigenza necessaria e inevitabile, considerato che senza appoggio di alcuna sorta non potrebbe che restare un'eterna angoscia, solo desiderante, priva d'impatto, propriamente in quanto presa di coscienza di quella condizione degenerata che è la coscienza stessa (un punto d'arrivo ma senza un Padre. Abbiamo bisogno di un Padre).
L'uomo ha visto troppo, e perciò necessita di porre tregua al suo abbaglio con continue ammortizzazioni che lo rendano soggetto. È la morte la prima grande fine. Gli oggetti sono la conseguenza. Innumerevoli fini, costellazioni di enti, per loro natura menzogneri e distanti.
Per vivere abbiamo bisogno di viaggiare sempre a rasoterra, senza toccare il fondo, perché (chiosando Heidegger) è lì che la verità accade: nell'oblio.
Il logos di cui già parlava Eraclito, nucleo psicotico agli occhi di ogni possibile dissacratore curioso (nemico e amante dell'angoscia) è un serpente elettrico che incessantemente distrugge quel grande granito che è il nulla. E così si genera il tempo, accadono gli opposti e il nulla è il grande schermo.
Ma tutto ciò non può essere raccontato. Le orecchie accolgono gli avanzi, e danno agli altri gli avanzi degli avanzi. E tutto ciò che avanza è il passato.
Ecco che anche quello che ci accingiamo a spiegare, diventa una falsificazione, ci allontana dall'accadere di questa verità. Ogni cosa che le labbra dicano, per voce Sua, sono giuste. È la verità del delirio. Il logos parla attraverso il delirio, gli è sufficiente il dire. Ma ciò che sta dietro è incomunicabile, misterioso e indicibile. Esso è completo, non cerca frammenti. È intero nei frammenti (citando Lao Tze).
Amare la verità. Il pazzo è un grande filosofo, se s'innamora. Se sceglie di amare.
Se dovessimo mostrarne qualcosa, ci arrenderemmo al kitsch, quello che nella concezione che ne traeva Hermann Broch si genera nell'esigenza ansiosa del bello, di oggetto chiuso e perfetto che resti come avanzo, qualora l'Essere viva nel totale oblio, nel trionfo totale del senso (e luogo) comune, in riverbero d'eco, paradossalmente manifesto nella sua falsità.
Raccontare qualcosa agli altri è un'inezia, ma necessaria alle volte. Forse è necessario che qualcosa poco alla volta si sappia. Sarà falso, sempre, ma l'unica cosa che ci chieda questo Nessuno (dal fondo del suo silenzio, sempre detto ma mai ascoltato) è di liberarsi.
Un compito. E la fede è sempre cieca.

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IL DIVERTIMENTO NON MI DIVERTE

 

3 febbraio 2012
di Luca Atzori
“divertirsi significa essere d’accordo.” Adorno

Il divertimento è la più sofisticata forma di controllo che sia mai apparsa nella storia.
Il potere si è evoluto in una forma di organizzazione, dove il ruolo non è più quello di esercitare il terrore, ma piuttosto quello di garantire una sorta di piacere esteso a tutta la massa.
Gioia di vivere nell'era dei consumi.
Un piacere preconfezionato, dosato, territorializzato.
Un'educazione ruffiana, pensata apposta per agguantare ogni singolo nelle braccia del Leviatano.
Come Adorno spiegava nel capitolo dedicato all'Industria Culturale ne La dialettica dell'illuminismo, l'unica regola è “adattarsi”. Le emozioni vengono impacchettate, identificate, visualizzate e poste al limite, dove il resto è panico, fatto di emozioni troppo costose che bisogna dimenticare in fretta, per non venire rinchiusi in qualche clinica.
Il fine è quello di mutilarsi del regolare flusso vitale, per accogliere passivamente il sorriso disegnato e atto a garantire l'esistenza in questo mondo fatto di barbarie.
Non è la più pura consapevolezza che si ricerca, ma piuttosto il dimezzamento fra la parte conscia e quella inconscia, dove alla seconda venga assegnato un automatismo animale, innominato, taciuto.
Il divertimento è una perdita di tempo, e porta solo a ridicolizzare tutta una certa sfera umana della quale siamo analfabeti, in particolare quella emotiva. Noi non possediamo più una lingua che possa farci esprimere le nostre emozioni.
Siamo abituati ad avere paura l'un dell'altro, a dover apparire felici per sembrare forti, quando siamo in fondo solo isterici.
La fragilità è diventata una vergogna, perché è diventata una vergogna essere vivi.

Il divertimento, in realtà, non arriva mai. Avviene sempre che lo si sfiori, ma non lo si afferra. E anche quando lo si è sfiorato, si è tentato piuttosto di portare agli altri l'illusione della propria felicità. Ciascuno cerca di inseguire la felicità dell'altro.

Bisogna certo distinguere il divertimento dalla gioia, anche condivisa, intesa nello stretto senso del termine.
La gioia, soprattutto quando è vissuta a livello comunitario, è il più grande esempio di amore per la vita. Una solarità che non sia determinata dall'entusiasmo di stare in mezzo a un branco di mentecatti, ma piuttosto di essere con quelli giusti, affini.
Quando Pascal parlava del divertissement, lo intendeva come quel momento di distrazione, dove si perda il proprio centro e si giunga nella zona della spensieratezza, dove la vita e la morte vengono occultate.
Il divertissement è quel momento in cui si diventa stupidi per poter vivere, e in cui perciò si entra a far parte della morte.
Ogni aspetto realmente vitale, viene percepito come foriero di “pesantezza”.
È così che ciascuno si adegua alla vuotezza dell'altro, senza portare con sé la dignità del proprio ventre.
La pancia, nell'era del divertimento, è soggetta ad insulto, manipolata, tratta in inganno, violentata.
Un mucchio di rincoglioniti e sciacquette che si incontrano in un locale e iniziano a danzare al ritmo tribale che li educhi alla deficienza, accompagnati da una narcosi alla quale sono giunti non per una pura disperazione (anche se questa è l'ingrediente fondamentale nella società dei consumi) ma piuttosto per poter comunicare l'un con l'altro, dove per relazionarsi bisogna essere delle sorte di mongoloidi, totalmente spensierati, felici di vivere in questo mondo "perfetto" (che cosa merdosa la perfezione).
Molto spesso gli stessi sono perfettamente in grado di avere strumenti critici durante le loro giornate trascorse in grigie università, o in qualche luogo dove magari esercitano un qualche impegno politico di non so qual sorta.
Quando mi imbatto in chiunque sia preso nell'atto di divertirsi (in particolare quando vedo come lo fa) è come se in quel momento cascasse l'asino, e mi si parasse davanti la vera posizione che questi occupa nel mondo. Posso capire tutto da una risata, da un atteggiamento, un apprezzamento, una caduta nella volgarità.
Ciascuno è tenuto ad assumere il proprio aspetto in funzione degli altri.
Essere serio di giorno, di notte prenderti da parte e svelarti di essere privo di cervello.

Ammetto personalmente di aver tentato più volte di divertirmi, e di continuare a tentare. Ma ahimè, ogni volta, mi rendo conto che due sono gli esiti:
o il divertimento non esiste per nessuno
o il divertimento non mi diverte.
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PSICHIATRIA E INTERNAMENTO

 

27 gennaio 2012

 

di Lanza Wolverine

 

La Germania nazista affrontò la questione di coloro che erano considerati insani di mente internandoli nei famosi campi di concentramento. L'Italia oggi gestisce coloro che sono diagnosticati affetti da disturbi di personalità monitorandoli coi Servizi di Igiene Mentale, e qualora essi compiano un reato è facile che un perito, nominato da un giudice, riconosca loro tramite perizia (un colloquio e un test) la PERICOLOSITA' SOCIALE, una classificazione che dà per automatica la ripetizione futura di un qualsivoglia reato. Chi la riceve perde il diritto alla libertà, anche dopo la scadenza di una pena. Perde il diritto di avere una vita sessuale. Perde persino il diritto di pubblicare proprie foto su facebook. Viene internato in centri come gli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG) o altri istituti di detenzione. Non per curarlo. Il soggetto viene osservato, studiato e sorvegliato. Gli è negata la possibilità di seguire un percorso di psicanalisi o di psicoterapia individuale. Viene sottoposto ad una costante e obbligatoria assunzione di psicofarmaci che lo rallentano e lo indeboliscono e lo rendono docile. La terapia a cui vengono sottoposti ha la finalità di renderli passivi. Tantopiù sono passivi, maggiori sono le possibilità che il detenuto ha di farsi togliere la pericolosità sociale, se si attiene alle regole nell'arco di molti anni. Ho conosciuto un uomo di nome Leonardo Montessiòn. Egli è stato arrestato per furto 12 anni fa e, diagnosticato pericoloso per i suoi disturbi mentali, è tuttora detenuto in un OPG. Posso dire di lui che era un anarchico, nel vero senso della parola, anche se non lo sapeva. L'Italia non è un paese libero.

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EDITORIALE

 

Se lo leggi lo scrivi”. Un nuovo servizio a Torino

 

21 gennaio 2012

di Lorenzo Peyrani

 

La Sveglia è una pubblicazione

aperiodica che mette in contatto tra

loro le persone toccate dalla follia;

oltre alla bacheca "cercasi/offesi"

 verranno pubblicati gli

interventi dei lettori, per mano di una

redazione che editerà il materiale

raccolto e interverrà a sua volta, come

in questo primo numero.

La redazione è composta da affiliati

al movimento Mad Pride. Inserite qualsiasi

annuncio, richiesta, opinione,

opera, proposta e lamentela nella

busta con cui l’avete ricevuto,

sigillatela -in modo che la redazione

sappia che nessuno ci ha messo le

mani- e mandateci tutto: verrà pubblicato

e distribuito gratuitamente.

Specificate se non volete essere

pubblicati e se volete rimanere

anonimi. Per favore diteci anche se

non ci date il permesso di modificare

il vostro materiale (che sarà sempre

e comunque riprodotto in bianco e

nero).

Per quanto gli utenti siano tutti

 

coinvolti da alcune problematiche

(vedi l'incommensurabilità col lavoro

e la società), raramente ragionano

come una rete di persone nella stessa

situazione, e comunque non si conoscono

in quanto tali (se non all'interno

della singola cellula della loro comunità

o gruppo). La Sveglia intende

offrire uno strumento per mettere in

contatto chi ha un'abilità, e magari

non trova il sistema per valorizzarla,

con chi ne ha bisogno all'interno di

un progetto; dà un pubblico a chiunque

voglia farci partecipi delle sue

trovate o denunce; infine diffonde le

comunicazioni dello staff del Torino

Mad Pride.

Scrivete quello di cui avete bisogno.

Scrivete quello che sapete fare.

Scrivete cosa volete.

Mal che vada non verrete pubblicati.


Commenti: 4
  • #4

    chiara (mercoledì, 27 agosto 2014 20:38)

    @ombra: certo che siamo attivi! Ci trovi il lunedì in via luserna di rorà 8 dalle 15,30 alle 17,30 per l'Assemblea Permanente dell'Ascolto. Il 20 e 21 settembre saremo a Rivoli per lo Yourban Festivale

  • #3

    ombra (mercoledì, 20 agosto 2014 22:38)

    ho letto la sveglia, tempo fa, ne conservo ancora una copia, siete ancora attivi?

  • #2

    luca (giovedì, 05 luglio 2012 15:37)

    ho letto cos'è la sveglia io sono una persona che scrive molto vorrei capire se aspettando nuovi passi sarò anche io al passo.perche son stufo di non avere un lavoro e restare così al buio.vorrei sapere se ofrite qual'cosa. ciao luca cavazzana.

  • #1

    paolo (venerdì, 30 marzo 2012 20:28)

    offresi per curare piante e cose in agricolutra un amante

L’Orgoglio Matto parte da Torino

 

16 gennaio 2012

di Luca Poma


Torino Mad Pride": un'iniziativa pensata e realizzata da pazienti con disturbi psichici: una sfilata in strada per avvicinare "matti" e persone "normali", ma anche un festival che coinvolge teatri, locali d'intrattenimento, strutture psichiatriche e le sedi delle associazioni che si occupano del disagio mentale. Mad Pride è un progetto che nasce da un’idea originale maturata all’interno di un gruppo di mutuo aiuto di utenti dell’asl 1 di Torino, ed è per intero gestito da utenti, in collaborazione con gli operatori sanitari che si sono resi disponibili al dialogo. Il “Mad Pride” è una manifestazione per la difesa dei diritti dei “diversamente normali", ma anche un mezzo originale

per puntare i riflettori sul disagio sommerso: quanti problemi psichici più o meno seri "camminano" per le strade, sulle gambe di persone apparentemente normali? Perché? Perché il "pazzo" è sempre l'altro. Il 17 Giugno 2012 un corteo sfilerà per il centro della città di Torino, pacifico e colorato; per simbolo una girandola, "preda" dei venti come i matti sono preda delle emozioni dirompenti, e con i "petali" arcobaleno che ricordano le diverse sfumature della psiche. Mille girandole verranno distribuite in ogni casa toccata dal Pride: i "pazzi" contaminano le abitazioni delle persone "normali", sollecitando l'attenzione della cittadinanza su un problema reale, nascosto perché di esso si ha vergogna, mentre lungo il percorso del corteo verranno realizzate performance e laboratori creativi, con l'aiuto dei familiari e delle cooperative di pazienti. Il Mad Pride inizia però da subito il suo percorso di avvicinamento alla città con un festival di teatro, musica e arti visive, che ha come scopo principale generare uno scambio virtuoso tra due realtà spesso allontanate

dalla paura e dall'ignoranza. Mad Pride Festival è una rassegna itinerante, ma ogni serata sarà riconoscibile dalla presenza di una grande girandola colorata. Con il Festival si vuole anche autofinanziare i differenti progetti del Torino Mad Pride: il progetto di inserimento lavorativo "Matti a Cottimo", il settimanale di scambio di domande e offerte "La Sveglia", la manifestazione del 17 giugno e le iniziative ad essa correlate.

 

Per contatti stampa:

Luca Poma 337/415305

torinomadpride@gmail.com

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LE VOCI

 

La passeggiata dello schizofrenico: un modello

migliore di quello del nevrotico disteso sul divano.”

Deleuze e Guattari

Freud ha certo liberato il malato dall'esistenza

manicomiale, ma non lo ha liberato da quello che

questa esistenza aveva di essenziale. Il medico

rimane la figura chiave della psicanalisi. Forse proprio

perché non ha soppresso quest'ultima struttura, e vi

ha ricondotto tutte le altre, la psicanalisi non può,

non potrà intendere le voci dello sragionamento.”

Foucault

Io na na a papà-mammà”

Artaud

Sono lo sposo e la sposa, amo mia moglie, amo

mio marito.”

Nižinskij

L’umiltà è conditio prima. I nostri contemporanei

sono stupidi, ma prostrarsi ai piedi dei più stupidi di

essi significa pregare.”

Bene

Sono tutti i nomi della Storia.”

Nietzsche

E se le mie fantasie potessero essere viste, probabilmente

mi metterebbero la testa in una ghigliottina”

Dylan

" Chiediamo il diritto di non essere considerati umani,

non è vero.

Chiediamo il diritto di non essere considerati figli o

genitori, non abbiamo né madre né padre.

Chiediamo il diritto a non prendere parte alla società

dello sfruttamento.

Chiediamo il diritto di non essere considerati mortali,

non possiamo morire.

Non vogliamo essere divisi in omosessuali e

eterosessuali. Siamo tutti transessuali.

Si fottano l’ego e la personalità, ci dobbiamo adeguare

a un grande cambiamento. Il cambiamento arriverà

quando la barriera fra matti e normali verrà infranta."

Peyrani

 

 

CADUTA DEI CAPELLI?

Ora c’è la soluzione.

Chiama Luca

3498453004

 

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DAL DELIRIO AL MAD PRIDE Alle origini del movimento una storia di ordinaria follia

21 gennaio 2012 

 

di Costantino A.

 

Nel 2010, durante una crisi

maniacale, il bipolare Simone

Sandretti ha una visione: il Mad

Pride, un movimento per la presa di

coscienza dei "matti" volto a

combattere lo stigma sociale e quello

personale, culminante in una vera e

propria manifestazione per le strade

della città. Finito il ricovero, nel corso

del 2011 si crea una squadra di

lavoro per la realizzarlo. I matti di

Torino Mad Pride entrano in contatto

con le istituzioni (asl, associazioni

di utenti e famigliari, cooperative e

assessorati) e con il pubblico (fino

a ieri principalmente in rete).

Scoprono che Mad Pride esiste già:

è nato in Canada nel 1998 e di anno

in anno la formula è stata ripresa in

altri paesi, più o meno variata. Senza

dissociarsi né allinearsi alle

manifestazioni sorelle, Torino Mad

Pride resta una realtà indipendente,

apartitica e in via di autodefinizione.

Ma cosa vuole Mad Pride?

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BUONANOTTE

 21 gennaio 2012

di Simone Sandretti

 

Ci siamo resi conto che una manifestazione sull'orgoglio

dei matti non risolve la vergogna dei matti.

Perché? Perché chiunque attraversi crisi di disagio

psichico non può che affidare alle risposte un valore

precario e temporaneo. Nondimeno continuare a

cercarsi è l'unico modo per tentare di offrirsi una

risposta.

Mad Pride sostiene un impazzimento inclusivo, tramite

operazioni artistiche (teatro, musica, arti visive,

pubblicazione di questo foglio...), la creazione di

un’agenzia di lavoro interinale gestita da utenti, Matti

a Cottimo, e l’organizzazione di una manifestazione

di utenti e simpatizzanti per le strade della città.

Il simbolo del Mad Pride è una girandola, con tanti

significati che sicuramente riuscite a immaginarvi da

soli.

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PERCHE' SONO IMPORTANTI I RITUALI?

31 Dicembre 2011

  

 

di Luca Atzori

Interpretare i sogni è

possibile solo disponendo

la posizione della realtà.

È sempre durante la veglia

che noi possiamo appropriarci

dei sogni,

ovvero interpretarli, perché

nella fase onirica diamo

fiducia agli eventi, non ci

accorgiamo di stare

sognando: è quella la

nostra realtà.

Due sono i principî: distanza

e relazione.

Il sogno è tale in rapporto

alla realtà, nel confronto

con essa. Come un sogno

rimanda però a una

dimensione ulteriore,

quella che noi siamo soliti

chiamare “sacra”, il tremendo,

ciò che “va oltre

la nostra conoscenza”.

Dunque l'inconscio ci parla

attraverso i sogni e

qualcos'altro ci parla

attraverso la realtà. È

necessario perciò ricreare

la stessa distanza che si

crea con il sogno e che ne

r e n d e p o s s i b i l e

l'interpretazione con la

realtà. Distanziarsi da

essa e dare un inizio e una

fine. Rendere la realtà

qualcosa d'altro. Portarsi

su un'altra dimensione.

Alla radice è il rituale.

Creare un rituale rende

possibile una fuoriuscita

dal piano del reale per

riportarci verso la dimensione

del sacro, tramite la

quale possiamo leggere

la realtà e interpretarne i

segni. Ad essi diamo inizio

e fine. Li rendiamo simili

ai sogni. Costruiamo uno

specchio e sopra di esso

iniziamo a leggere.

Quando cerchi di conoscere le

cose non trovi che lo specchio.

Quando cerchi di conoscere lo

specchio non trovi che le cose.”

Friedrich N.

Uscire fuori dalla realtà

significa compiere un

sacrificio. Distruzione del

significato delle cose.

Eccedere l'utile e la

ragione. Eccedere la

progettualità. Così avviene

che noi ci si dispropri

dell'abbandono originario

cui “apparteniamo” da e

per sempre. Ogni attimo

di realtà è un piccolo

segmento posizionato

all'interno dell'illimitato,

così come il sogno lo è

all'interno del reale.

I rituali sono sogni fabbricati

che utilizziamo per

portarci a una consapevolezza

sovrana che

guardi al messaggio che

proviene dall'oltre.

Senza i rituali potremmo

iniziare a credere nella

realtà, e quindi perdere il

senno.

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EUFORIA LOGORREA DELIRIO DEPRESSIONE E RISVEGLIO

22 Dicembre 2011

di Simone Sandretti

 

Mi piace pensare che quando mi siedo sul balcone dai primi giorni di primavera fino alla fine strascicata di novembre, a parte le sigarette, io acceda più o meno consapevolmente al network di coscienza simultanea e non separata che molti chiamano Dio.il balcone non è

sempre disponibile, così il segnale di connessione all'essere si ndebolisce.

Non prende. Cade la comunicazione.

Ritrovarmi repentinamente scollegato e completamente immerso nel programma di ipnosi universale che molti chiamano verità, logica, ragione o addirittura realtà, risulta per me alquanto claustrofobico. Vista l'estrema lentezza d iquesto hardware, considerato che 1+1 per la ragione è sempre uguale a 2 mentre per l'essere il risultato oscilla fra minimo 3 e massimo infinito, quando il segnale è debole o assente tendo ad accelerare. Accelerare sembra un modo logico per coprire in fretta la distanza che mi separa dall'essere (e lo è). Un modo logico è però in definitiva un modo per raccontarsi qualcosa. Tutto questo è già parola, pertando logica e logorrea. Ciononostante, se perseguito

coerentemente, porta ad attimi di estasi iperveloce, quindi iperspaziale e ipertemporale. Raggiunto il limite, il delirio sfonda la percezione spazio/temporale e apre, come un radiotelescopio, l’orecchio gigante al comando costante dell'essere, sente la voce di Dio.

Un modo di prepararsi passo passo al gioco della vita che Dio vuole conoscere attraversandoci. Depressione perché tutto quello che faccio e in cui ripongo sogni e speranze rimane al di qua della linea, nella banca della morte. Ma non per tutte le ore passate in amore. Voglio tornare ciò che sono e lasciarmi alle spalle questo Reality per Adolescenti che bramano l'immortalità in vita senza avere neanche

un piccolo dubbio che basterebbe arrendersi all'essere

per risvegliarsi dentro da sempre, e per sempre fuori.

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RIFLESSIONI DI UN ATEO SULL'ATEISMO

14 Dicembre 2011

 

di Andrea Vigna

 

Le religioni sono state necessarie in una certa fase dello sviluppo dell'umanità per dare forza all'uomo, e hanno sempre rappresentato il suo rapporto con la natura e il modo in cui l'uomo lo viveva.

D'altronde è perfettamente normale che una forma di pensiero nascente (l'essere umano) che si ritrovi gettata in un "mondo determinato a monte" da un Pensiero di cui non sa niente ma di cui in qualche modo partecipa - un Pensiero che dà una possibilità di senso coglibile, "sentibile" a tutto, in termini di "Pensierità" e di "Pensabilità", qualunque sia questo senso - elabori metafisiche con forti componenti mito-poietiche, che sono poi le caratteristiche strutturali nascenti di qualsiasi linguaggio umano.

Ora all'inizio l'uomo vedeva una natura ostile, inesorabile, capricciosa e tremenda rispetto alla quale si sentiva completamente impotente, e anche gli Dei che elaborava ne riflettevano le caratteristiche.

Dei con i quali non era possibile alcun dialogo e che potevano placarsi soltanto con sacrifici e con donazioni. Questo anche nei miti della Grande Madre antecedenti alle religioni patriarcali (i vari culti di Baal).

Dopodichè l'uomo ha iniziato a sentirsi più potente nei confronti della natura ed ha cominciato ad elaborare religioni che rappresentavano una natura diventata finalmente benevola e accogliente, ed ecco arrivare gli Dei monoteisti che ci amavano, che si sacrificavano addirittura per noi, che predicavano l'amore e non richiedevano più sacrifici sanguinosi, Dei della luce. Insomma l'illusione di una potenza possibile era necessaria per preparare l'avvento del mondo moderno.

In una terza fase, poi, dato soprattutto lo sviluppo delle scienze e delle conoscenze, l'uomo ha iniziato a non avere più bisogno di facili rappresentazioni mitiche e metafisiche, ed ecco nascere le forme dell'ateismo illuminista, diciamo le forme più semplici e primordiali dell'ateismo.

Semplici perchè si illudevano di farla breve con gli infiniti intrecci mito-poietici-strutturali con i quali le religioni si innescavano nel nostro inconscio, fatto di cui ha dovuto prendere atto anche la psicoanalisi, e soprattutto perchè non tenevano conto del fatto che le religioni avevano rappresentato da sempre ANCHE la struttura ontologica nella quale si dà il pensiero umano. E quello risultava un piano un po' più complicato.

Ora sarà proprio quel piano lì che ci toccherà affrontare in futuro per accedere ad un ATEISMO finalmente maturo e solido, e per fare ciò saranno necessarie alcune considerazioni sulla natura dei due pensieri che hanno dominato la scena finora, il pensiero religioso e il pensiero laico, e del terzo tipo di pensiero necessario nelle future società Atee Postmoderne.

 

* IL PENSIERO RELIGIOSO E IL PENSIERO LAICO.

E qui cominciamo col dire che qualsiasi IDEOLOGIA, e le religioni sono ideologie come qualsiasi altra, si compone di due piani: il piano delle CAUSE e il piano degli EFFETTI.

Sul piano delle CAUSE:

Le religioni risolvono il piano delle cause oggettivizzando e concretizzando in termini fideistici un'ipostasi: Dio (la Causa, l'Origine, l'Origine dell'origine, il Piano Oggettivo, la Garanzia Morale, l'Ordine, la Legge, ecc.), essentizzando in tal modo alcuni degli elementi ontologico-strutturali "nei" quali si dà il pensiero umano (ATTENZIONE: NON il PENSIERO, bensì il "pensiero umano"), primo fra tutti l'Essere, in un linguaggio facilmente comprensibile dal popolo non colto onde esorcizzarne ed incanalarne le paure e fornirgli facili certezze. E questo genera sicurezza.

Questo fatto, però, non esclude nè sottovaluta di per sè la questione dell'Essere, che rimane assolutamente centrale e importantissima per quanto concerne l'essere umano e il modo in cui il Pensiero si dà in lui nelle forme del "pensiero umano", solo la ribalta e travisa anche a scapito della precisione ontologico-concettuale, in quanto si tratta di un'operazione conseguente ad una grande e voluta confusione/sovrapposizione tra l'Essere e l'Ente che genera una pericolosissima tendenza all'antropomorfizzazione concettuale delle ipostasi gratificando ogni forma di superstizione.

Perdipiù crea un'altra pericolosa possibilità di identificazione di Dio con il Pensiero - ergo con l'Ente e non più soltanto con l'Essere - con la quale diventa molto arduo fare i conti se non si hanno le idee molto chiare in merito.

E lì i patetici atei illuministi nostrani (gli Odifreddi, le Margherita Hack, ecc.), i nipotini di Voltaire, potranno arrampicarsi su tutti gli specchi che vorranno ma non riusciranno mai a cavare un ragno dal buco della loro infinita ignoranza, dacchè affermare l'inesistenza di Dio ha senso soltanto se lo intendiamo appunto come "entità" antropomorfa che in qualche modo si occupa di noi esseri umani, con annesse e connesse quelle caratteristiche transuenti e animistiche che lo pongono in rapporto con qualche assurdo e fantasioso "piano spirituale" o altre amenità del genere, diciamo la forma più stupida derivata dalle religioni popolari e quella più dannosa per l'intelligenza; ma come ipostasi della possibilità di senso, ergo della concretizzazione del pensiero con il "pensato" (nella forma dell'Essere), affermare la sua inesistenza è una pura aporia, ergo un non-sense.

Nè è pensabile risolvere il problema con la sua semplice elusione come si illude di fare la scienza, trattandosi appunto di una questione che finchè non si risolverà definitivamente e BENE potremo cacciare dalla porta finchè vorremo ma sempre ci rientrerà da qualche finestra.

Ed ecco quindi dall'altra parte il pensiero cosidetto "ateo" o laico che non crede nelle favole della metafisica spicciola tipica delle religioni ma "crede" che sia possibile giungere al piano delle cause tramite il "pensiero umano" (la logica, la ricerca, la sperimentazione, l'osservazione, lo studio, l'indagine, il metodo, ecc.); ma che, trascurando completamente la Differenza tra il Pensiero (che sentiamo che c'è ma di cui non sappiamo niente) e il pensiero umano ( che sappiamo che c'è ma che usiamo malissimo) è ovviamente destinato al fallimento.

Lasciando in tal modo vuoto il piano delle cause, e con una scarsissima attenzione nei confronti dell'incidenza totale del piano ontologico su qualsiasi forma di pensiero, soprattutto quello scientifico. E questo genera insicurezza.

E sempre a proposito del fatto che usiamo malissimo il "nostro" pensiero rimane anche l'altra grande incognita relativa al fatto di non sapere perchè ce l'abbiamo e da quale tipo di "energia" sia generato. Incognita che portava Einstein ad affermare:

* "Noi vediamo, sentiamo, parliamo, ma non sappiamo quale energia ci fa vedere, sentire, parlare e pensare. E quel che è peggio, non ce ne importa nulla. Eppure noi siamo quell'energia. Questa è l'apoteosi dell'ignoranza umana."

Ma SOPRATTUTTO dobbiamo aggiungere che non abbiamo la più pallida idea del perchè CIO' che vediamo, sentiamo e parliamo, sia "VEDIBILE", "SENTIBILE" e "PARLABILE", ergo sia generato da un PENSIERO e inscritto in un PENSIERO che ne CREA la "visibilità", la "sentibilità" e la "parlabilità" e la rende disponibile a noi.

"Visibilità", "sentibilità" e "parlabilità" alle quali in seguito noi esseri umani attribuiremo un SENSO all'interno della Metafisica della Nominazione con la quale il pensiero umano si dà nella struttura ontologica dell'Essere (che è una peculiarità del tutto "umana" ma assoltamente non l'unica possibile), ovviamente utilizzando i nostri strumenti fisici, la mente, il cervello (semplici "veicoli" del Pensiero e creatori di "pensieri"), di cui per ora sappiamo soltanto capire il funzionamento "fisico" (che sarebbe come dire che sappiamo tutto sull'hardware ma meno di niente sul software).

E, finchè non risolveremo bene questo punto, di pensiero "scientifico" non potremo nemmeno parlare, nè tantomeno di culture "laiche" o di facili "ateismi".

Elemento in comune tra questi due tipi di pensieri è poi l'utilizzo della MATEMATICA come fattore garante della logica del pensiero umano, fatto che consegue da una peculiarità meta-ontologica della matematica stessa che la costituisce come "Porta" tra il piano del Pensiero e il piano metafisico del "pensiero umano", ma non essendoci quasi mai una seria autocoscienza di questa peculiarità intrinseca della matematica questo fatto causa i guai più grossi e le convinzioni più dannose in entrambi i tipi di pensiero.

Altro elemento in comune è la pretesa di gestione di quel generico piano "spirituale" di cui dicevo prima e di cui entrambi i pensieri rivendicano l'interpretazione più autentica, nonchè il rincorrersi di assurde "prove ontologiche" sull'esistenza del "Dio delle religioni" che, proprio in quanto prodotti esclusivi del "pensiero umano" non potranno mia giungere ad alcuna conclusione relativa al Pensiero ( ed ovviamente men che meno all'esistenza di un "Dio").

Sul piano degli EFFETTI:

Il piano degli effetti risulta invece praticamente identico per entrambi i pensieri:

una serie di manfrine etico-morali buone per tutti gli usi e più o meno imposte (in entrambi i pensieri completamente ingiustificate sul piano oggettivo se non per un fumoso "bene dell'uomo") che tendono a diventare dogmi o imperativi categorici, valori tutto sommato comuni, il giudizio, il controllo (da parte di Dio o della comunità), in parole povere la gestione del Potere e del pensiero delle masse.

E su questo piano altro di interessante da dire o di difficile da capire non c'è.

 

L'ATEISMO.

E fin qui i due tipi di pensiero che, come dicevo prima, hanno dominato la scena finora, ma che di ateismo non hanno ancora nemmeno iniziato a parlare. Di fatto possiamo tranquillamente affermare che l'ateismo nelle nostre società non è ancora nato.

Mentre per parlare di VERO ATEISMO occorre dire subito che si dovrebbe attuare un deciso spostamento di piani, sia riguardo le cause che riguardo gli effetti, USCENDO completamente dall'ambito delle ideologie.

Sul piano delle cause operando una distinzione netta tra il Pensiero "di per sè" (che rimane la grande incognita e la questione tutta da risolvere) e il darsi del "pensiero umano" nella coscienza piena delle sue strutture (ontiche, metafisiche e ontologiche) e dei suoi limiti, passando dal piano delle teorie e delle ipotesi allo studio esclusivo delle STRUTTURE, e sul piano degli effetti assegnando il suo giusto ruolo alla matematica, cercando di definire la spiritualità nell'ambito esclusivo delle prerogative "umane" e NON universali o transuenti, con una profonda riflessione sulla natura strutturale del "senso" che lo collochi nei primi posti in qualsiasi riflessione esistenziale o scientifica, nel riconoscimento della totale relatività di qualsiasi regola etico/morale unica; nonchè sulla necessità di inglobare la considerazione dei fattori ontologici nei quali si dà il pensiero umano (Metafisica-Essere-Linguaggio) nell'ambito della ricerca scientifica al pari di qualsiasi altro fattore "materiale".

Da tutto ciò risulta evidente che si tratta di un tipo di pensiero che richiede una profonda cultura, una insediata sicurezza, un'onestà a prova di bomba e l'abbandono delle facili consolazioni, anche perchè aumenta a dismisura i problemi, sia sul piano esistenziale (non fornisce basi morali di nessun tipo) che sul piano politico (rende molto labile il patto e il rispetto dello stesso) che sul piano scientifico (introduce elementi strutturali nella ricerca scientifica che obbligatoriamente le complicano enormemente la vita) - non a caso si tratta di un tipo di pensiero (da alcuni definito a sproposito "nichilista", da altri "relativista") frequentato pochissimo e quasi mai giustificato correttamente in termini culturali (peraltro accessibili a pochissimi e per niente popolari) e fino in fondo - ma rimane l'unico pensiero assolutamente necessario in futuro.

A questo proposito qualcuno ha anche affermato che gli atei sono più intelligenti dei credenti, ed è vero e non è nemmeno una novità, solo che è necessario essere atei sul serio in tal caso.

Anche perchè la persone comuni, anche quelle che negano l'esistenza di Dio, continuano imperterrite ad identificare Dio con il Dio delle religioni, un "qualcosa" di reale e consolatorio che si occupa di noi, qualcosa che servirebbe all'essere umano quando tutto il resto risulta deludente, qualcuno a cui affidarsi nei momenti di difficoltà e a cui chiedere consigli interiori, una mano, una possibilità, magari il parere o una condanna su un umano sterminio o sulle ingiustizie del mondo, e questo perchè le religioni popolari hanno fatto credere questo per mille interessi e per millenni, oppure per un bisogno interiore o altre mille ragioni, dopodichè ci sono anche gli agnostici "proviamo anche con Dio non si sa mai...", e tutto ciò non aiuta di certo l'uomo nel cammino ateo della sua conoscenza.

Perdipiù sovente le persone pensano ciò anche della filosofia, la identificano con varie forme di "saggezza" utili alle loro vite e i filosofi stessi come saggi, guru, profeti o altre stupidaggini del genere, anche lì per colpa sia della filosofia che dei filosofi, mentre la cosa importante da fare capire è che nè Dio, nè la Filosofia "servono" all'essere umano sul piano esistenziale ma sono esclusivamente STRUTTURE (nel caso di Dio) e relativo studio delle strutture (nel caso della Filosofia) interne al modo tecnico/strutturale in cui il pensiero umano si dà nell'essere umano. Questioni estremamente tecniche e specifiche, quindi, NON consolatorie o "spirituali".

Dio e la Filosofia sono elementi strutturali e concettuali molto "freddi", che amano molto poco l'uomo.

Per il resto è ovvio che NON esistono "Dei" che si occupino di noi, e nemmeno di qualcos'altro! Ma nel 2011 è ancora necessario specificarlo? Ma è lo studio delle strutture ontologiche del pensiero umano che è ancora tutto da fare, oltrechè cercare di capire che cosa sia il Pensiero "in sè" come enorme e per ora impossibile obbiettivo.

Insomma siamo soli e nessuno può darci una mano se non noi stessi per quel poco che possiamo fare con il nostro tipo di pensiero, cercando di capire sempre meglio come funziona il nostro "giocattolo" (appunto il pensiero umano) e mettendoci il cuore in pace sul fatto che per tutto il resto non può darci una mano nessuno (per il fatto che non c'è proprio "nessuno" da nessuna parte), men che meno le filosofie, le religioni, le ideologie o appunto qualche strambo "Dio"!

E questo in quanto l'Ateismo non è soltanto liberazione da un Dio ma liberazione da qualsiasi sistema di pensiero organizzato in ideologie, filosofie o religioni che abbiano la pretesa di occuparsi dell'uomo o di dargli indicazioni relative all'esistenza, alla verità o alla convivenza tra gli uomini.

Come appunto dicevo prima l'Ateismo vero richiede un enorme "salto" di piani, e se non si capirà questo e si continuerà soltanto a negare l'esistenza di Dio a priori e come semplice presa di posizione soggettiva, magari travestita da logica o becero cinismo, quel "Dio" ridicolo delle religioni intendo, o per una questione di "liberazione" dell'uomo dall'oppio dei popoli (che tanto se non sarà quello sarà un altro ma poco cambia), il vero PENSIERO ATEO tarderà ancora parecchio ad inverarsi, mentre al suo posto fioriranno soltanto le peggiori forme del becero qualunquismo sottoculturale e del disimpegno intellettuale (quelle che già oggi passano per pseudo "ateismo") e questo andrà a scapito sia del progresso scientifico che della coscienza eidetica dell'essere umano, e non sembra decisamente una bella prospettiva, anche se in merito all'uomo, alla vita e alle vicende umane l'unica teoria che ritengo eternamente valida è:

"Fai un po' come ti pare che tanto è tutto uguale"

Perchè, contrariamente a quanto si pensa, dimostrare che Dio c'è è molto facile. DIFFICILE è dimostrare che non c'è.

 

 

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UCCIDIAMO L'ARTISTA!

 

1 Dicembre 2011

 

di Luca Atzori

 

Tutto il novecento, è stato, per l'arte, un secolo di risoluzione dei linguaggi. Sono stati affrontati tutti i mezzi espressivi e se ne sono approfondite, per ciascuno, le rispettive potenzialità tecniche.
È stato il secolo della cosiddetta “sperimentazione”.
In ambito musicale si è passati dalla dodecafonia alla musica seriale, fino alla musica concreta, alla musica monotonale di Giacinto Scelsi e via dicendo arrivando ai filosofi della musica (leggera) come Brian Eno e tutte le varie avanguardie musicali del sottosuolo.
In ambito teatrale si è approfondito il discorso concernente l'attore e il regista, passando da Stanislavskij a Mejerhold, Gordon Craig, fino ad arrivare a Grotowski, poi il living theatre che sfondava la quarta parete e Carmelo Bene che amplificava la voce etc.
Nell'arte visiva, poi, fra le avanguardie storiche, la fotografia, l'arte concettuale fino alle forme di arte relazionale e così via...
Insomma, che secolo è il nostro?
Le voci poststrutturaliste strillano a basso tono dentro le orecchie di ognuno, che è stato già fatto tutto. Che ormai non ha più senso fare arte perché tutto è già stato scoperto. Gli artisti rispondono con spirito contestatorio, insieme assecondandone le tesi, producendo arte che tenti di stupire, scandalizzare, innovare etc, cosicché qualcuno possà dire “ah caspita, innovativo!” e l'altro più furbo, a fianco, “nah già visto”.
Tutto ciò succede ancora, perché l'arte non è stata abbastanza risolta. O meglio di questo non se ne è presa a pieno la consapevolezza. Essa viene considerata ancora all'interno del suo valore economico, viene oggettivata. Il rapporto soggetto (fruitore) e oggetto (opera) è ancora vivo.
Non c'è niente di grave, in fondo è stato fatto tanto per distruggerla l'arte, ma si vede che ancora c'è del lavoro da fare. C'è da dire che gli sperimentatori del secolo passato ci hanno tolto il peso di tanto, tanto lavoro. Però, effettivamente, adesso a noi tocca fare una cosa molto semplice, ovvero impadronirci di tutto quello che questi hanno fatto e servircene per esprimere al meglio i nostri contenuti.
Se non c'è più niente da inventare, tanto meglio, adesso possiamo concentrarci su quel che abbiamo da dire. Forse è proprio il momento in cui l'arte la si può finalmente fare in libertà, secondo le proprie esigenze, rinunciando a dire “io ho scoperto questo” e via dicendo.
Ma in fondo a che cosa tendiamo noi, se non ad una distruzione totale di questa educatrice dell'umanità? Essa è per noi come una madre, che lentamente ci sta lasciando la mano, per dirci “adesso vai nel mondo, e vivi artisticamente”. L'arte è un'educatrice, e l'umanità è sulla fase di terminare la propria adolescenza.
Ora l'artista è una figura che sta scomparendo, e si può fare ben poco perché questa cosa non accada. E intendo sottolineare che è una gran fortuna che questo stia succedendo. Era ora!
Più semplicemente ci troviamo ad essere uomini che si servono dell'arte per comunicare qualcosa. Almeno così dovrebbe essere. Uscire fuori dalle logiche monetarie dell' “opera quotata” “artista quotato” e via dicendo. Iniziare a considerare che se mai dovessimo essere pagati dovrebbe essere per garantirci di vivere e permetterci di svolgere il nostro lavoro. Ma sono convinto che stiamo giungendo verso un'era in cui ci toccherà lentamente di rinunciare alla gloria del nostro ego. La svolta sarà doverosamente collettiva, e quei pochi ego rimasti, lo saranno in sacrificio per giungere a questo.
Mad pride è una realtà antiartistica. Intende togliere all'arte il suo valore, per portarlo interamente nella vita. La vita rivuole indietro il delirio! Noi intendiamo emanciparlo, da qualsiasi catalogazione. Intendiamo uscire fuori dalla confusione fra essenza e personalità.
Non esistono artisti, registi, scrittori, attori, ladri, matti, etc ma esistono uomini. Gli uomini hanno a loro disposizione la scacchiera di tutto quel che già è stato “scoperto” precedentemente. Ora l'unica cosa da fare è iniziare a osare di servirsene (e studiarlo, senza troppi sforzi, se non esperienziali).
Si arriverà ad un giorno in cui non ci sarà più bisogno di arte. Sarà quando torneremo a somigliare ai nostri nonni preistorici, ma con quella saggezza in più. Quella che ci è stata donata dai nostri sbagli.
L'arte è uno sbaglio. La cultura è uno sbaglio. La Storia è uno sbaglio. La politica è uno sbaglio. La civiltà è uno sbaglio.
Uccidiamo l'artista!

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L'ECLISSI DEL SE'

 

30 Novembre 2011

 

di Luca Atzori

 

Mad Pride intende riporre la sua attenzione verso la pazzia, ma con una giusta precisazione da fare: essere pazzi non fa figo. Il concetto del “fare figo” è esattamente ciò che maggiormente contrasta con i propositi che sorreggono l'etica di Mad pride.
Innanzitutto bisogna subito porre una distinzione fra quella che viene intesa come la nostra personalità e quello che invece potremmo definire il nostro vero sé.
La personalità è spesso costretta ad essere qualcosa di più che una maschera. Essa diventa una menzogna.
Normalmente si è costretti a mentire su sé stessi, lanciando sorrisi, sguardi, parole, che sono di per sé segnali convenzionali lanciati come frecce e dispersi nella memoria che gli altri porteranno di noi stessi come una facciata vivente, il ricordo di un demone.
Facendo questo creiamo uno scudo per il nostro sé, dove la verità delle emozioni e dei nostri pensieri, viene dapprima occultata, poi dimenticata e fatta marcire.
Dobbiamo immaginare di essere osservati da un occhio che giudichi solo il vero, solo ciò che abbiamo compiuto con le nostre azioni. Quest'occhio ci guarda mostrandoci il nostro sé, che ci appare come un bambino, un vagabondo marcio e ubriaco, abbandonato a sé stesso, anzi nemmeno, abbandonato agli altri, come cani affamati.
Nel mentre però la nostra menzogna si porta avanti con grande gioia, con determinazione, anestetizzando il resto.
Una felicità di facciata. Una felicità informata. Niente di fattuale. Il vuoto felice, ma con il calcare ai bordi, un calcare che cresce fino a riempire.

Mad pride ritiene che la pazzia sia l'effetto di un totale denudamento del sé, oltre che una frammentazione dell'io. Il sé è messo a contatto con le cose messe in relazione alla propria esperienza, ed è come se potesse dire a sé stesso “ecco, questo sono io”. Molto spesso nella pazzia quello che ci vengono mostrati sono mostri, fantasmi, incubi, immagini insopportabili, ma vere, esattamente quanto è vera la nostra fragilità.
Mad pride sostiene che sia possibile uno sviluppo, rendere possibile la crescita del sé, farlo diventare adulto, senza che sia per ciò stesso costretto a cristallizzare idee che non gli appartengano, dunque, in sostanza, rendendo possibile il mutamento della materia stessa, come fosse un processo alchemico.
Mad pride ritiene che al giorno d'oggi questo processo sia ostacolato.
Per prima cosa bisognerà essere orgogliosi del proprio Sé, per quanto possa apparire agli occhi della società come ributtante o risibile. Da lì imparare a conviverci. Renderlo sovrano, creatore, datore della propria norma di vita.

Mad pride se ne fotte delle esigenze del mondo del lavoro, della morale, dell'educazione “borghese”, delle mille abitudini che ci fanno schiavi, da quelle legate al divertimento, alla carriera, alla narcotizzazione, all'abbigliamento, al sesso etcetera.
Mad pride vuole rendere dignità al denudamento totale del sé, e non per semplice filantropia, né per esigenze assistenziali, ma piuttosto perché da lì si ritiene possibile lo sviluppo dello spirito.
È vergognoso che la maggior parte della gente tenga nascosto qualcosa di sé che mostrerà spesso solo nell'intimità con gli altri, e in maniera immatura, perché è di energia, tutto sommato, che si parla, e nessuno ci insegna a gestirla.

I pazzi sono immaturi perché la paura blocca la crescita del loro sé.

È questo lo scandalo che vuole rivendicare Mad Pride.
Basta con l'emarginazione e la demonizzazione di chi è “diverso” per condizione emotiva e psichica. Basta con il bullismo della mediocrità. Basta con l'egoismo che rende vigliacchi e non orgogliosi. Basta con il voler essere a tutti i costi come quell'altro che sorride (a sua volta come un altro, che come un altro, che come un altro, che come un altro, che in fondo nemmeno esiste).

Ovvio, l'unico modo per rendere possibile questo è iniziare a protestare contro lo strapotere della psichiatria e della massa arrogante, e per far ciò, creare una comunità di intenti, incontrarsi e cambiare prospettive.